Raffineria di Gela, in 5mila contro la chiusura «Se volete il petrolio dovete succhiarcelo»

Se non fosse stato per l’organizzazione sindacale, la manifestazione di oggi contro la chiusura della raffineria di Gela sarebbe stata un flop. Molto bassa la partecipazione della popolazione. E pochi gli operai presenti. Forse 500 su tremila tra diretto e raffineria che rischiano di perdere il posto di lavoro. In totale oltre cinquemila persone per un corteo molto breve che non ha avuto neanche il tempo di snodarsi del tutto dal museo archeologico a piazza Umberto I. Presenti delegazioni sindacali da tutta la regione. Tra gli altri i colleghi della raffineria di Milazzo. «Da noi – spiega un lavoratore – l’Eni è presente al 50 per cento ed è la metà che va male».

La solidarietà della cittadinanza al destino dei lavoratori è più che altro legata all’interdipendenza economica. Molti negozi del centro sono rimasti chiusi. Tranne i bar, s’intende. «Se chiude la raffineria chiude la città – sostiene una donna del Consorzio cooperative sociali – Mio marito lavora allo stabilimento, se non cambiano le cose dovremo trasferirci». Ci sono anche i veterani e pionieri dell’Eni. «Questi nuovi dirigenti e chi li nomina stanno rovinando il buon nome dell’ingegner Mattei – dice con una punta di orgoglio Mauro, che ha lavorato in raffineria sin dai primi Anni 60 – Il processo di abbandono è in atto da almeno dieci anni. Bisognava creare lavoro in parallelo, mentre si smontavano gli impianti meno redditizi. Non si può chiudere e ripartire, chissà quando tra l’altro».

Due sono le direttive lungo le quali si muovono le rivendicazioni del corteo. Da una parte quelle che Cgil, Cisl e Uil portano avanti da tempo, ovvero un rilancio dell’industria specie in un territorio così complicato e asettico come l’entroterra siciliano. Lo spiega bene dal palco Susanna Camusso. «Non c’è la solidarietà ad una città in difficoltà – sostiene la segretaria nazionale Cgil – ma c’è un impegno per la raffineria di Gela. Il lavoro si difende creandolo. Noi siamo qui per vedere la ripartenza della città». All’Eni insomma si chiede di non andar via. E si fa presa sulla natura dell’azienda del cane a sei zampe. «L’azionista di riferimento è lo Stato – ricorda la Camusso – Quando Renzi a settembre verrà qui dovrà ricordarselo».

Dall’altra parte gli operai che, insoddisfatti dell’esito dei blocchi e dall’assenza di spiragli che l’Eni lascia trapelare, provano a cambiare strategia. In un caustico cartello particolarmente apprezzato si legge: «Se volete il petrolio dovete succhiarcelo». È la rivendicazione più sentita, lo si capisce quando prende la parola uno dei dimostranti spiegando che «18mila barili al giorno sono figli di questa terra e qui devono rimanere». L’applauso più scrosciante è per lui.

Qui Rosario Crocetta giocava in casa. All’inizio i sindacati lo stoppano. Poi il presidente della Regione siciliana riesce ad impugnare il microfono. «Dico all’Eni – urla dimostrando di essere un animale da palco – che se tu pensi di raffinare in Padania il petrolio si illude, rimarrà nella repubblica della Sicilia». Neanche un accenno però alla chiusura dei pozzi di petrolio che aveva promesso due settimane fa. «Vuoi andartene, cara Eni? Prima devi bonificare il sottosuolo – continua Crocetta – Non vogliamo più essere i servi sciocchi». E se lo dice l’uomo che è stato due volte sindaco della città nonché ex dipendente del cane a sei zampe c’è da credergli.


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