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Il valzer delle poltrone sul precipizio: Schifani e l’arte del rinvio (fino al 30 aprile)

C’è un’arte sottile, tutta siciliana, nel trasformare l’urgenza in melina e la crisi in un infinito pinnulone burocratico, soprattutto quando si tratta di poltrone. Renato Schifani, dall’alto del suo scranno a Palazzo d’Orléans, sembra averne fatto la cifra stilistica del suo governo. Ma ora i granelli nella clessidra sono finiti: la deadline è scolpita nella pietra (o meglio, nei conti della Regione) al 30 aprile. Oltre quella data non c’è solo il rischio di una brutta figura politica, ma lo spettro della paralisi amministrativa.

La ghigliottina del 30 aprile e il feticcio delle deleghe

Il presidente lo ha detto e lo ha scritto: «I tempi sono maturi». Ma in Sicilia, si sa, la maturità spesso confina con la marcescenza. Schifani ha gestito per cinque lunghi mesi, un’eternità geopolitica, le deleghe pesantissime alla Funzione pubblica e alle Politiche sociali. Due interim nati dalle macerie giudiziarie che hanno travolto la DC di Totò Cuffaro, costringendo alle dimissioni Nuccia Albano e Andrea Messina.

Il metodo Schifani oggi si scontra con il muro dei partiti. Se da un lato il governatore sbandiera il dogma del le deleghe non si toccano. Un modo per dire agli alleati: «cambiate le facce, ma non pretendete più potere», dall’altro deve fare i conti con la realtà. Perché il 30 aprile non è una data scelta a caso sul calendario: senza l’approvazione del rendiconto 2025, da maggio scatterebbe il blocco della spesa per consulenti ed esterni. Tradotto: i nuovi assessori entrerebbero in uffici deserti, senza staff, senza braccia operative. Una giunta fantasma pronta solo per i verbali di scontento.

L’incognita Sbardella e il rebus di Fratelli d’Italia

Il vero nodo del rimpastino (termine riduttivo che nasconde una guerra fredda) passa per Enna. Qui, il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, Giampiero Cannella (destinato a Roma) e il senatore Salvo Sbardella, stanno giocando una partita a scacchi estenuante. Sbardella prende tempo, si legge nelle cronache. Ma tempo per cosa?

Il dossier più scottante riguarda l’assessora Elvira Amata. Il suo destino politico è appeso a un filo che si intreccia con le strategie romane e i rapporti di forza interni ai meloniani. Schifani vorrebbe chiudere, ma Fdi sa che ogni casella mossa può innescare un effetto domino devastante. Se cade l’Amata, chi subentra? E con quale peso? La difesa del fortino delle deleghe attuali serve a Schifani per evitare che il rimpasto si trasformi in una resa dei conti sulla Sanità o sulle Infrastrutture, i veri forzieri della Regione.

Lo sgarbo delle liste: la scadenza del 29 aprile

Mentre il rimpasto balla sul filo dei giorni, un’altra ghigliottina attende i partiti: il 29 aprile. È la data ultima per la presentazione delle liste per le elezioni amministrative. Un dettaglio non da poco in una terra dove il consenso si misura col bilancino di precisione.

Qui sta il cortocircuito critico: come si può chiudere un rimpasto di governo il 30 aprile se entro il 29 bisogna aver già sistemato truppe e generali per le comunali? È evidente che la trattativa sulla giunta è legata a doppio filo ai posizionamenti elettorali nei territori. Il rischio è che il rimpasto tecnico annunciato da Schifani diventi merce di scambio per un assessorato in cambio di un appoggio a Gela o a Caltanissetta. Un mercato delle vacche che Schifani prova a mascherare con il riserbo, ma che trasuda dai corridoi dell’ARS.

Scenari imprevisti: il Big Bang di maggio

Cosa succede se Schifani fallisce la scadenza? Se Sbardella e soci continuano a giocare a nascondino? L’ipotesi più verosimile è quella di un rimpasto dimezzato: la nomina chirurgica dei due assessori mancanti (quelli in quota DC) e il rinvio di ogni altra decisione a dopo le Europee. Ma sarebbe una vittoria di Pirro.

C’è però uno scenario più inquietante: lo scontro frontale con la Lega di Luca Sammartino. Nonostante le rassicurazioni di facciata e la conferma della fiducia, la posizione di Sammartino – sospeso e sotto scacco giudiziario – è il vero elefante nella stanza. Se Schifani decidesse di forzare la mano per dare un segnale l’intera coalizione potrebbe implodere in piena campagna elettorale. Il presidente Schifani ama citare Berlusconi e il suo spirito di inclusione. Ma Berlusconi i rimpasti li faceva per rilanciare; qui sembra che si facciano per non affogare.


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