Un giorno a Nassirya. L’altro lato di una missione

«Erano in missione in Iraq», «Facevano parte del contingente in Afghanistan». Queste due frasi, come tante altre (a volte anche superflue), sono rimbalzate in questi ultimi giorni tra giornali e telegiornali riferendosi ai caduti in Iraq e in Afghanistan. Le scene dei funerali, le immagini di blindati semi-distrutti e macerie di caserme, le foto di quei soldati sono passate sotto i nostri occhi. Le reazioni sono state molteplici: rabbia, dolore, voglia di dire basta, voglia di continuare. Ma non sempre sappiamo con certezza cosa sta dietro a una missione. I più ignorano quale sia la quotidianità dei nostri soldati all’estero. Non tutti conoscono le paure che si affrontano al momento di annunciare ai propri cari la partenza.

Step1 ha incontrato il primo maresciallo luogotenente Giuseppe Stimolo, militare dell’Aeronautica in servizio a Sigonella, più volte impegnato in diverse zone a rischio. Così scopriamo che si riesce a fare amicizia, si trova il tempo per mantenersi in forma e prendere un buon espresso anche in mezzo al deserto.

A quante missioni di pace ha partecipato e in quali paesi?
«Ho partecipato a quattro missioni di pace in tre diversi paesi: Kosovo nel 2002, Albania (con due periodi nel 2003)  e Iraq nel 2004».

Con quale qualifica?
«In qualità di sottufficiale in servizio al Gruppo Difesa ho assunto sempre l’incarico di Capo Armeria e responsabile della difesa Nbc (nucleare, batteriologica e chimica, ndr)».

Parlando nello specifico della missione in Iraq, qual è il compito del contingente italiano?
«Compito del nostro contingente in Iraq – così come in tutte le altre missioni di pace – è aiutare le popolazioni locali a trovare, ed in alcuni casi a ritrovare, il giusto equilibrio di popolo civile libero e auto-determinante, nonché quello di fornire aiuti umanitari sotto l’aspetto sanitario in primis con la costruzione di ospedali e assistenza sanitaria a vario titolo alla popolazione, trasporto di ammalati con particolari patologie per cui è necessario il ricovero in strutture ospedaliere in Italia.
Il ripristino di edifici scolastici, tratte della rete ferroviaria, costruzione di aeroporti e trasporto con consegna di generi alimentari e di vestiario, completano il quadro per cui si giustifica la nostra presenza in questi posti
».

Qual è il rapporto che si è instaurato tra la popolazione irachena e i militari italiani? Che idea si sono fatti degli italiani?
«La popolazione irachena, gente orgogliosa e laboriosa, è senza alcun dubbio grata e riconoscente al nostro contingente per il delicato compito che è chiamato a  svolgere. Termometro di quanto affermo sono i bambini, che per primi – con la loro sensibilità – avvertono l’affetto e i sentimenti amichevoli del nostro personale nei loro confronti. Ricordo di un bimbetto di appena cinque anni che alla vista di una semplice oggettino che gli donai, mi si attaccò al collo riempiendomi di baci e gridando; citava a memoria alcuni nomi di giocatori della nazionale italiana calcio. Noi per loro rappresentiamo forse la libertà, forse un mito, certamente un popolo amico».

E dei militari statunitensi cosa ne pensano?
«I militari statunitensi rappresentano la forza di liberazione per la popolazione nei cui territori la presenza del passato regime era “ossessivamente  presente”  e non permetteva, per citare solo un esempio, neanche il minimo livello di istruzione per le giovani generazioni che si affacciavano alla vita del paese; mentre per le fazioni opposte ovviamente rappresentano la forza invasiva per cui la lotta continua e richiede giornalmente l’enorme sacrificio di vite umane da ambedue gli schieramenti».

Per quale motivo si sceglie di partire?
«Mah, ci sono certamente più componenti che concorrono alla decisione di lasciare per un periodo di tempo la propria patria e i propri familiari per andare in territori sconosciuti. Forse la curiosità di capire in prima persona senza filtri di alcuna natura; forse per vedere occhi innocenti ridere, forse perché è un dovere, forse per l’aspetto economico, ed io personalmente anche per conoscere la terra che ha visto una grande civiltà e la presenza sul proprio territorio del patriarca Abramo a cui le tre religioni monoteistiche fanno riferimento».

Con quale spirito si affronta una missione in un paese ancora non pacificato?
«Quando arriva la notizia della partenza si è pervasi da un brivido che percorre l’intero organismo e ancora di più quando bisogna comunicarlo ai propri cari. Certamente si è coscienti dei rischi cui si va incontro, per questo motivo riceviamo un addestramento mirato da parte della forza armata che ci addestra  ad affrontare situazioni che richiedono sangue freddo ed una buona dose di diplomazia».

Alla luce delle morti dei soldati caduti a Nassirya e di quelli uccisi in Afghanistan, tornerebbe in Iraq?
«Sono in attesa della chiamata per l’Afghanistan, è sufficiente come risposta?».

Ha lasciato amici e colleghi in Iraq: è preoccupato per loro?
«Sono tanti i colleghi e gli amici che attualmente sono in Iraq;amici e colleghi con i quali ho condiviso altre missioni e con i quali sono profondamente legato. Sono preoccupato per schegge impazzite che al di fuori dalla legalità e con azioni di assoluto terrorismo cercano di colpire alla cieca nel mucchio, senza rendersi conto del male che ciò provoca al loro stesso Paese; ma contemporaneamente fiducioso nella preparazione militare e professionale dei miei colleghi che alle spalle hanno una forza armata, l’Aeronautica Militare che non li abbandona».

Qual è la giornata tipo di un militare impegnato in una missione? C’e solo il servizio o riuscite a dedicarvi a momenti di svago?
«Sono le sei del mattino, in genere, quando si cominciano a sentire i primi rumori della nuova giornata. Dopo le consuete toilette e colazione mattutina, momento questo molto atteso da noi italiani per il profumo di un buon caffé che a qualsiasi latitudine non deve mai mancare, ci si reca nell’aula briefing dove in funzione ai compiti di ciascuno si ricevono le istruzioni e gli aggiornamenti per le attività lavorative. I compiti sono molteplici e vedono impegnati i colleghi nelle più disparate attività: i piloti nella pianificazione delle attività di volo, gli specialisti nella manutenzione ed assistenza ai velivoli, il servizio meteo che ci aggiorna costantemente sulle condimeteo (dando una sbirciatina anche sulla nostra bella Italia), gli uffici che svolgono le loro mansioni per la gestione logistico-amministrativa del personale loro assegnato, il Servizio Amministrativo impegnato nella quadratura dei conti e in quelle pratiche che seppur all’apparenza noiose (perchè trattano di numeri e di contabilità) in realtà ci consentono un sufficiente benessere anche in pieno deserto come quello che circonda Nassirya. Le abitudini non si perdono facilmente e immancabilmente, da buoni italiani, se possibile, alle dieci ci si reca al bar (sotto ad una tenda araba) per sorbire un buon caffé espresso.
Il personale addetto alla mensa è generalmente del luogo ed è con loro che si hanno i primi approcci con la popolazione. Da loro si apprendono le prime informazioni e gli umori della gente del luogo; usi, costumi, cibi, nomi di persone e di cose, curiosità e modi di fare. “Giuvà” pronunciato con chiaro accento napoletano era il nome italiano dato ad un addetto alla mensa il cui nome, impronunciabile per noi, venne semplificato con questo nomignolo. Era il più attivo, il più intelligente, quello che aveva appreso la nostra lingua con molta rapidità. Era lui, la cui famiglia aveva subito angherie e soprusi di ogni genere, a raccontarci quanto avevano atteso il momento che qualcuno li liberasse e diceva che alla nascita del suo primo figlio lo avrebbe chiamato “Italia”.
La giornata veniva generalmente animata da varie visite: ora di generali, ora di parlamentari, ora di giornalisti ed inviati speciali e per la loro sicurezza si organizzavano scorte speciali a bordo di mezzi blindati. A questo punto, in Italia la giornata lavorativa sarebbe terminata, in questi posti invece si prosegue a oltranza. Sino anche alle ventidue di sera quando veramente stanchi, non si vede l’ora di farsi la doccia per andare nella sala internet da dove ci si può collegare e vedere con i propri cari o più semplicemente parlare al telefono con le linee telefoniche messe a disposizione.
In certe occasioni si organizzano serate  di divertimento, sotto le festività ad esempio, per non dimenticare, per illudersi di essere in Italia ed allora ci si cimenta in vere e proprie esibizioni canore, teatrali, ballerine… tirando fuori talenti nascosti
».

Si riesce a socializzare con i civili?
«L’integrazione non sempre è possibile ma, laddove lo è, non ci si risparmia. Ricordo di aver personalmente intrapreso contatti con la direzione del liceo artistico Naim Frashori di Valona, in Albania, dove organizzarono un concerto di musica classica e a nostra volta noi organizzammo una bellissima mostra di pittura all’interno delle nostre strutture per gli alunni del quinto anno e un concerto da parte degli allievi della sezione musicale, che si esibirono in musiche e canti del repertorio classico albanese e italiano, concludendo con i rispettivi inni nazionali. Oppure i contatti con le suore di Babisch, sobborgo a rischio a nord di Valona che, con enormi sacrifici ed una santifica tenacia, mandano avanti una scuola materna ed elementare grazie alle quali intere generazioni hanno imparato a leggere e scrivere e soprattutto ad avere rispetto per le regole e le istituzioni. E’ grazie a loro che siamo venuti a conoscenza di disagi sociali e familiari impensabili ed inimmaginabili per noi ma che attanagliano ancora ora queste popolazioni».

Cosa si sente di dire a coloro i quali chiedono il ritiro delle truppe? E a quelli che urlano slogan come “dieci, cento, mille Nassirya”?
«Non mi sento di dire nulla, siamo in democrazia ed è giusto che ognuno esprima il proprio pensiero pro o contro una determinata scelta. E’ giusto che in una società civile come la nostra ci sia un sano dibattito su argomenti che vedono schieramenti opposti; l’importante è che tali dibattiti, si mantengono appunto civili e su toni moderati altrimenti l’immagine di sana civiltà che traspare dai nostri atteggiamenti e per la quale siamo additati ad esempio, rischia di svanire e di ritorcersi contro di noi».


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