Ucciardone, detenuti sul palco ricordano Pio La Torre Mattarella: «Sconfiggere le mafie un dovere sociale»

«Pio La Torre venne assassinato per il suo impegno civile e politico e la sua figura costituisce un’eredità preziosa per la Sicilia e per l’Italia intera. Nella loro logica disumana le mafie cercano di schiacciare la vita sociale, di soggiogare le istituzioni: sconfiggerle è necessario e possibile, anzi è un dovere iscritto nella natura stessa della nostra Repubblica» Queste le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha inviato un messaggio in occasione della manifestazione di commemorazione del 36esimo anniversario dell’uccisione politico-mafiosa di Pio La Torre e Rosario Di Salvo, assassinati in un agguato il 30 aprile 1982. 

Oggi infatti, nella casa di reclusione Calogero Di Bona – Ucciardone si è svolta la manifestazione di commemorazione con la partecipazione dei detenuti che hanno messo in scena, sotto la regia di Lollo Franco, l’atto unico teatrale Dalla parte giusta, scritto da Gianfranco Perriera, e incentrato sui diciotto mesi di carcere che Pio La Torre subì ingiustamente proprio all’Ucciardone, per aver occupato, nel 1950, il feudo S.Maria del Bosco a Bisacquino. Subito dopo la recita dell’atto unico, è stato intitolato a Pio La Torre il Polo didattico dell’Ucciardone, e inaugurato il pastificio del carcere.

«È una battaglia – continua il Capo dello Stato nella lettera inviata al Centro che ha curato l’iniziativa – che continua e l’azione, portata avanti con coraggio e intelligenza da uomini come Pio La Torre, e da tanti servitori dello Stato, ha già inferto colpi durissimi alla criminalità. Tocca a tutti noi dar seguito a questo impegno comune, affrontando i tempi nuovi e anche i mutamenti dell’organizzazione mafiosa, facendo tesoro delle esperienze migliori e sviluppando quegli anticorpi che la società democratica ha già dimostrato di possedere. Il protagonismo dei giovani – si legge ancora nella nota – e delle formazioni sociali, nel percorso di liberazione dalle mafie è garanzia di riscatto e valore importante per gli uomini e le istituzioni, quotidianamente impegnati nel contrasto alla criminalità. La manifestazione di oggi – si conclude la missiva -, con l’impegno creativo e culturale che mette in campo, contribuisce in modo fecondo, nel solco tracciato da personalità come Pio La Torre».

Presenti alla manifestazione, tra gli altri, anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il vescovo di Palermo, don Corrado Lorefice, il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho e il presidente della Corte d’Appello di Palermo Matteo Frasca. «Questa intitolazione è un segno di riscatto attraverso il sapere. È la dimostrazione che ci sono luoghi nel carcere in cui si può studiare» ha detto il guardasigilli che ha aggiunto, ricollegandosi alle parole del ministro dell’Interno Minniti pronunciate ieri nel capoluogo, che «mafia e terrorismo sono un pericolo per la democrazia e il passato ci dice che possono combinarsi e darsi forza reciproca. Nessuna mediazione è possibile da parte dello Stato, ci mancherebbe altro».

«Con questa manifestazione – ha ribadito il presidente del Centro Vito Lo Monaco – abbiamo voluto sottolineare come il carcere sia un luogo che deve diventare un centro di rieducazione. Sessantotto anni fa mentre i più umili e deboli scontavano diciotto mesi di ingiusto carcere, i mafiosi incarcerati continuavano a comandare. Oggi – ha continuato Lo Monaco – lo Stato, grazie anche alla legge voluta da La Torre, combatte con fermezza la criminalità mafiosa e sancisce, con i suoi processi, con lo scioglimento dei comuni mafiosi e con le sue leggi che con la mafia non si tratta, mai».

«Oggi è una giornata simbolica di cambiamento – ha evidenziato Rita Barbera, direttrice della Casa di reclusione -. Vogliamo dimenticare l’immagine dell’Ucciardone come un luogo triste, teatro di tanti fatti gravissimi e di cultura mafiosa imperante. Oggi vogliamo offrire un’immagine di carcere diverso che accompagna i più deboli nel reinserimento nella vita sociale anche attraverso le attività culturali e il lavoro. Sintomatico di questo cambiamento – ha concluso la Barbera – è il fatto che fino a qualche anno fa era impensabile che un detenuto accettasse di vestire in scena i panni di un esponente delle forze dell’ordine».


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