Trivelle, il governo avanza nonostante i pareri contrari «La Sicilia senza tutele con la scusa del caro bollette»

L’obiettivo del governo guidato da Mario Draghi sarebbe quello di ridurre la dipendenza energetica dell’Italia dall’acquisto di gas estero. Ma come spesso accade, la pezza sembra essere peggiore – e più larga – del buco. Lo scorso 13 febbraio il ministero della Transizione ecologica guidato da Roberto Cingolani ha annunciato l’approvazione del Pitesai: acronimo del piano della transizione energetica e sostenibile delle aree idonee, una mappa che indica le zone in cui è possibile svolgere attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi su tutto il territorio nazionale. In sostanza, individua i punti dove sarà possibile installare nuove trivelle e la Sicilia è tra le regioni con la maggiore presenza di aree considerate idonee. Un piano che stride con la promozione delle energie rinnovabili – con obiettivo di emissioni zero nel 2050 – e la contrarietà espressa da varie regioni, Sicilia compresa. «È irrazionale: si dovrebbe piuttosto ridurre proporzionalmente l’estrazione di gas e incentivare le fonti rinnovabili», riassume il deputato M5s all’Ars Giampiero Trizzino. «Anche perché la Sicilia è la regione con il più alto tasso di conversione dell’energia solare attraverso gli impianti fotovoltaici, con aree strategiche per l’energia eolica e adatta allo sfruttamento del movimento ondoso e della geotermia», conferma Aurelio Angelini, presidente della commissione Autorizzazioni ambientali Sicilia. Entrambi ospiti della trasmissione Direttora D’Aria su Radio Fantastica e Sestarete tv.

Prima del via libera al piano, da Roma si era dovuto necessariamente chiedere il parere delle Regioni. Se, infatti, per quanto riguarda gli impianti offshore – installati in mare – la competenza spetta esclusivamente al governo, per le attività di prospezione su terra la competenza è condivisa tra governo ed enti regionali. In questo contesto la Sicilia, lo scorso aprile, aveva espresso tutti i suoi dubbi attraverso una relazione della commissione tecnica specialistica del dipartimento Ambiente e territorio, secondo cui il piano del ministero non tiene conto di diversi punti importanti. Come le «faglie attive e capaci» associate a eventi sismici e le «dislocazioni e deformazioni in grado di riattivarsi in un prossimo futuro». Secondo i tecnici, insomma, il governo non ha tenuto conto dei dati che mettono in relazione sismicità e attività di prospezione. Osservazioni che si aggiungono a quelle sulla tutela, anche indiretta, di geositi e geoparchi siciliani, come le aree boschive e la rete Natura 2000 che comprende tutte quelle aree interessate dalla conservazione di specie naturali protette.

La commissione sposta la sua attenzione anche sui mari che bagnano l’isola, facendo notare come la possibile installazione di trivelle nel Canale di Sicilia, a causa del «trend in aumento della temperatura terrestre e marina», metterebbe a rischio l’ecosistema del mare. Mentre a largo di Lampedusa le attività di prospezione potrebbero compromettere l’habitat di alcune specie protette come i balenotteri. Il Pitesai, inoltre, «non fa riferimento alla biodiversità» e non sarebbero «menzionati i territori a vocazione agricola». In ultimo, suscita perplessità anche la mancata attenzione per le zone che attendono di vedere completato il proprio iter di tutela, «tra le quali la proposta per l’istituzione del parco degli Iblei e – prosegue la relazione – non risulta affrontata la questione dei siti Unesco».

A confermare le tante storture del piano nazionale è Aurelio Angelini, presidente della commissione Autorizzazioni ambientali Sicilia che ha redatto la il parere fatto proprio dalla Regione siciliana e inviato al ministero. «Nella mappa ci sono una serie di aree che rappresentano luoghi chiaramente non idonei – spiega – Non si tiene conto delle caratteristiche e delle vocazioni dei nostri territori, anche culturali ed economiche, come le zone a vocazione agricola di qualità». Angelini, che è anche direttore della fondazione Unesco Sicilia e docente di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio all’università Kore di Enna, sottolinea come la fragilità della piano stia a monte: «Si parla tanto di futuro, ma lo si fa utilizzando il passato: questo piano è l’esatto contrario di ciò che ci dice l’Europa, degli obiettivi di transizione ecologica e dei fondi del Pnrr. Dovremmo andare verso la scomparsa delle fonti fossili e invece pensiamo di impiegare almeno dieci anni per sfruttare una piccola quantità di gas, quando per estrarre l’equivalente in fotovoltaico o eolico basterebbero tre anni.  Mi auguro che ci sia una risposta significativa dell’opinione pubblica a un piano che rischia di ipotecare negativamente le risorse naturali, agricole e industriali del nostro territorio».

Di parere contrario alla mappa stilata dal ministero è anche il deputato M5s e componente della commissione Ambiente all’Ars Giampiero Trizzino. «Diverse regioni, con gli ambientalisti e le associazioni, hanno già sollevato le loro perplessità, ignorate dal governo, e promesso ricorsi – spiega – E qualcosa si potrebbe tentare in sede di conferenza Stato-regioni. Il piano dovrebbe essere aggiornato tra tre mesi, anche se al momento è già pienamente operativo. Se domani una società decidesse di trivellare – avverte – potrebbe farlo praticamente in quasi tutta la Sicilia».


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