Tom Verlaine e la New Wave: il rigetto del post ’68

Quando ancora era “solo” Thomas Miller, scaricava – poco meno che ventenne – casse al porto di New York. Era il 1967 e di lì ad un anno la voce del mondo giovanile avrebbe raggiunto altissime frequenze. Movimenti studenteschi, hippy, “summer of love” e ad una irrazionale fiducia verso la collettività, fece rapidamente il giro del mondo e spopolò tra le nuove generazioni. Finito il lustro però quel sogno si squagliò come una candela consumata. «Se gli anni ’60 erano stati caratterizzati dall’eccentricità, dall’impiego sociale e dalla partecipazione politica – scrive Piero Scaruffi nella sua antologia sul rock – i primi anni ’70 videro un ritorno alla vita normale, alla mediocrità, al conformismo (…) il Sistema aveva avuto ragione sulla controcultura».

Fu a quel punto, a metà anni ’70, che la “new wave” cominciò a formare la sua crosta tra i live club di New York, vedi il mito del CBGB’s vero e proprio tempio per artisti come Patti Smith e Ramones (poi tra i padri del punk a stellestrisce). Ed è il 1976 quando il ventisettenne Thomas Miller si “ribattezzò” Tom Verlaine, in omaggio a quel poeta decadente dal cognome così musicale. Nacquero i Television (Verlaine, Lloyd, Smith e Ficca), una band che voleva fare rock n’ roll e basta. Ma che lo fece guidato dal peggiore umore che ci sia: quello della disillusione nera del post ‘68, del rigetto nichilista, di certa rabbia divenuta individuale ed autolesionista, della new wave. Verlaine scaricò le sue nevrosi contro le sei corde della chitarra elettrica. Assolo scorbutici, graffianti, dissonanze elettriche. «Come l’urlo di mille uccelli», una volta disse Patti Smith.

Come i concittadini Velvet Underground avevano fatto dieci anni prima, i Television cercarono le proprie risposte nella natura sgrammaticata ed immediata del rock, ma con meno attaccamento al reale laddove le liriche di Verlaine erano più allegoriche ed oniriche rispetto agli squarci veristi di Lou Reed. Tre dischi, per Tom e compagni, tra cui quel Marquee Moon sciarada alienante tutta costruita sull’acidità degli strumenti e dello stomaco dei suoi musicisti (ascoltare per credere i 10:42 della title track). Nel 1978 “la televisione” trasmise il suo ultimo programma e lo scioglimento della band, dopo soli due album, permise a Verlaine di seguire un percorso tutto suo, certamente in scia con quello che erano stati i Television, ma forse meno allacciato alle vicende di una scena musicale.

Non fu un caso, dunque, che il suo primo disco prendesse il nome di Tom Verlaine e che in qualche modo, costituisse l’abecedario di tutto ciò che il fenomenale musicista possedeva a livello musicale. La sua voce sofferente, i suoi versi decadenti, la sua chitarra violata oltre ogni limite assieme a quelle atmosfere scure e ringhiose. Certo, nel frattempo, c’erano tutt’attorno gli anni ’80 ed allora la sua originale acidità, quella avvelenata di serpentine e distorsioni, acquistò in compattezza. Il rock di Verlaine si fece, allo stesso tempo, più ammaestrato (qualcuno lo ha definito pure “classico”) e sofisticato. Dreamtime (1981), Words from the Front (1982), The Wonder (1990), Warm and Cool (strumentale del 1992), Songs and Other Things (2006) sono i dischi da solista nei quali, Tom, ha mostrato, nel tempo, la qualità che maggiormente ha segnato il suo personaggio e che ancora è valorizzata tra le rughe dei suoi attuali 59 anni: l’integrità artistica. Quella che fa di alcuni musicisti dei veri e propri totem per il pubblico. Quella che ha permesso ad uno come Bowie di cambiar pelle mille volte come i serpenti. Quella che, da sopra un palco, si rivela con bagliori luminosissimi.


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