«Stefania vive con noi» Folla ai funerali delle vittime di Licodia

«Stefania vive con noi». Un grande cartellone con una foto di Stefania Noce è poggiato davanti alla sua bara. Accanto a lei, il feretro del nonno Paolo Miano. Attorno, una chiesa gremita, piena di sussurri ancora increduli per una tragedia di cui si stentano a capire le motivazioni. Ieri pomeriggio nella chiesa madre di Santa Margherita una folla commossa ha assistito ai funerali delle due vittime uccise venerdì scorso a Licodia Eubea da Loris Gagliano. Amici e parenti di nonno e nipote, ma anche molte persone rimaste semplicemente scosse dalla vicenda e tantissimi giovani, amici e colleghi della studentessa universitaria.

Sono le lacrime e la commozione ad avere il sopravvento già alle prima note del canto che apre la funzione. «Chi ci separerà», intona il coro, dando voce ai pensieri dei tanti che circondano la bara coperta da fiori rosa. In prima fila, una mamma e una figlia alla quale in una mattina è stata distrutta la vita. La madre di Stefania, Rosa, rimane seduta al suo banco. La mente occupata anche dal pensiero dell’unica sopravvissuta alla tragedia, la madre Gaetana ancora ricoverata all’ospedale di Caltagirone. Gli occhiali scuri le servono a celare parzialmente il volto, ma tutto il suo dolore traspare da ogni gesto.

Sorellina Stefania. Così per tutta la durata della messa viene chiamata la ventiquattrenne. «Non può essere la morte a dire l’ultima parola». Giovanni Di Martino, sacerdote che ha celebrato la funzione, descrive la reazione alla notizia del duplice omicidio commesso dall’ex ragazzo della studentessa. «Prima della giustizia, a dare pace è la verità», afferma, per poi domandare «perché tanto male?». Il nome di Loris Gagliano non viene mai pronunciato, come fosse qualcosa che può trovarsi solo all’esterno, fuori delle porte della chiesa: «Cosa chiedere per l’assassino? – continua il prete – La speranza è che la giustizia umana riconosca subito colpe e responsabilità», afferma deciso. L’invito è di non lasciarsi cadere nella facile trappola della vendetta, sentimento giudicato plausibile: «Stefania era una persona così buona che non avrebbe voluto che noi provassimo odio».

È il momento delle parole degli amici quello che mette maggiormente a dura prova la folla. «Grazie Stefy per avermi dato il privilegio di conoscerti», esordisce una sua ex insegnante. La descrive come una ragazza con «una saggezza antica, di altri tempi». «Grazie per avermi insegnato l’umiltà e la sete di conoscenza». Talento, passione, umiltà: queste sono virtù che una donna da sempre abituata a combattere era riuscita a racchiudere dentro di sé. «Quel mostro – afferma mentre la voce trema leggermente – ha spezzato la tua vita, ma non potrà recidere le radici che hai lasciato in noi tutti». Il ringraziamento finale è per non essere mai stata una vittima: «Hai dato un pugno allo stomaco e uno schiaffo al cervello».

Una sua giovane amica legge una poesia di Saffo, autrice amata dalla ragazza. «Tutti quelli che la conoscevano sapevano che avrebbe potuto cambiare il mondo. È una perdita per l’intera umanità». Ricordandone l’impegno civile e politico che l’ha sempre contraddistinta, conclude tra gli applausi: «Stefania non va ricordata come una vittima, ma come Sen: Stefania Erminia Noce», scandisce usando la sigla che la giovane usava per firmare articoli e poesie.

Un altro amico descrive come immagina il luogo in cui la giovane e Paolo Miano si trovano. Un paradiso differente dall’immaginario comune, con Che Guevara che le offre un sigaro dopo una passeggiata sul trattore con il nonno. Janis Joplin canta per lei, Lucio Battisti le intreccia una corona di fiori e Dio è – come immaginava Stefania – una donna di colore vestita con una tunica colorata. Un posto dal quale Stefania prega di usare le parole per offendere, non i coltelli.

Un lungo applauso si leva all’uscita dalla chiesa. Le bare, portate a spalla fino al piccolo cimitero del paese, sfilano tra le saracinesche abbassate in segno di lutto. Una fila di lumini e candele segna il passaggio, mentre l’unico rumore è quello dei passi e delle campane. A farla da padrone un silenzio ancora più intenso di quello che ha avvolto la chiesa durante la funzione. L’ultimo viaggio di Stefania e del nonno assomiglia a un corteo come quelli ai quali molto spesso la studentessa ha partecipato. Ma non ci sono bandiere né canti o slogan. Solo dolore.


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