Sicilia tra le prime regioni d’Italia per revenge porn e violazione degli ordini di allontanamento

Prima regione d’Italia per violazione dei provvedimenti di allontanamento e seconda per numero di casi di revenge porn. È il triste primato della Sicilia che emerge dall’ultimo rapporto del ministero dell’Interno sull’applicazione del codice rosso. Uno studio citato oggi a Palermo durante la conferenza Violenza di genere nella società civile e nelle organizzazioni mafiose, organizzata dal centro Pio La Torre con 225 scuole collegate in remoto.

Nel periodo compreso tra il 9 agosto 2019 e il 30 settembre 2022, i dati del ministero hanno rilevato 881 casi in cui l’ordine del giudice di allontanarsi dalla casa familiare – a seguito di minacce o violenze – è stato violato: più di 17 ogni 100mila abitanti. Numeri che pongono l’Isola a primo posto tra le regioni italiane. E non va meglio con il revenge porn, ossia la diffusioni di immagini – foto o video – sessualmente esplicite senza il consenso di chi è ritratto, spesso come punizione per a fine di una relazione. Un fenomeno per cui la Sicilia, nella classifica dei meno virtuosi, si trova al terzo posto come numeri assoluti con 363 casi, ma seconda regione per incidenza sulla popolazione con più di 7 casi ogni 100mila abitanti.

A discuterne a Palermo sono state la presidente del centro Pio La Torre Loredana Introini – insieme al presidente emerito Vito Lo Monaco -, la penalista Monica Genovese e la docente di Unipa Alessandra Dino. Che si sono soffermate anche sul ruolo delle donne e della violenza di genere nelle mafie. A partire da Cosa nostra e dal ritardo con cui la società percepisce ancora oggi il ruolo svolto dalle donne nei clan.

«Ci sono donne che hanno ricoperto ruoli apicali come Nunzia Graviano, sorella dei boss Graviano, e Maria Filippa Messina, prima donna condannata nel 1997 al 41bis», ricorda la sociologa e docente Dino. «La sorella del boss Matteo Messina Denaro ha svolto un ruolo chiave nella sua latitanza, eppure abbiamo rischiato che venisse assolta – le fa eco l’avvocata Genovese – Le mafie evolvono anche nei costumi e sono pronte a mimetizzarsi come un camaleonte per necessità, anche nel ruolo svolto dalle donne, non più limitato alla tutela del silenzio». Una emancipazione criminale che però ha anche un rovescio della medaglia: «Purtroppo quasi tutte le donne legate a uomini che hanno un ruolo di vertice nelle associazioni mafiose – conclude la legale – sono state oggetto di violenze fisiche e psicologiche». 


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