Rubrica/Il cucchiaio nelle orecchie-Proviamo a parlare di altro

Si parla di Monti. Non si parla dell’anarchia della vita. Si parla in ufficio o in trattoria di tutto tranne quello di cui non si sa più parlare. Di Lombardo, di risparmio, di figli disoccupati. Si parla presumendo una intesa comune sugli argomenti di cui si deve parlare. Si costruiscono piramidi che fanno discorso ma non corrispondono alla primalità dei segreti del parlare. Le cose che non sappiamo dire incombono eppure non le diciamo. Si attacca bottone con un ‘ma noi ci conosciamo’, si saluta il conoscente-come-stai, si fa opinione con i vicini di casa sull’abominio dei loden verdi, sul canuzzo che ci porta a spasso, sulla netturbe differenziata. Invece noi dov’è che ci differenziamo in città divenute modelli, guide, manuali tuttocittà. Tutte le città non sono uguali eppure non lo sappiamo dire. L’abete non cresce nel deserto né il cactus nella foresta nera, eppure non lo sappiamo dire. Conosciamo l’elenco telefonico, numeri-shoah digitati nella carne dei nostri telefonini. Si parla dell’importanza di stare meglio, di crescere, ma senza la gioia che dovrebbe riesumare la passeggiata di poche ore che facemmo all’Addaura, ammaliati dall’intreccio ventoso di volo di onde e gabbiani. Si parla con riserbo, non si svelano i segreti direttamente, indirettamente su facebook difesi dall’anonimato. Sembrano invenzioni le facce degli umani stampigliate come francobolli su facebook. Sembrano muoversi, diventare umani i francobolli. Si parla sempre senza mai dire quello che veramente si vuole dire. Come hai scopato stanotte, perché non mi saluti con un bacio, cosa stringi nella mano nascosta in tasca, credi veramente che stanotte ti ho pensato, quando corri alla Favorita cosa racconta il sangue alle tue tempie, dimmi veramente perché tua moglie ti ha abbandonato, quanto ti distrae mentre parli la tua unghia incarnita, te la sei misurata la febbre mi sembri gelato. Si parla senza sapersi più confessare, si parla senza sapere più mentire al confessore.

 

 


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Si parla di monti. Non si parla dell’anarchia della vita. Si parla in ufficio o in trattoria di tutto tranne quello di cui non si sa più parlare. Di lombardo, di risparmio, di figli disoccupati. Si parla presumendo una intesa comune sugli argomenti di cui si deve parlare. Si costruiscono piramidi che fanno discorso ma non corrispondono alla primalità dei segreti del parlare. Le cose che non sappiamo dire incombono eppure non le diciamo. Si attacca bottone con un ‘ma noi ci conosciamo’, si saluta il conoscente-come-stai, si fa opinione con i vicini di casa sull’abominio dei loden verdi, sul canuzzo che ci porta a spasso, sulla netturbe differenziata. Invece noi dov’è che ci differenziamo in città divenute modelli, guide, manuali tuttocittà. Tutte le città non sono uguali eppure non lo sappiamo dire. L’abete non cresce nel deserto né il cactus nella foresta nera, eppure non lo sappiamo dire. Conosciamo l’elenco telefonico, numeri-shoah digitati nella carne dei nostri telefonini. Si parla dell’importanza di stare meglio, di crescere, ma senza la gioia che dovrebbe riesumare la passeggiata di poche ore che facemmo all’addaura, ammaliati dall’intreccio ventoso di volo di onde e gabbiani. Si parla con riserbo, non si svelano i segreti direttamente, indirettamente su facebook difesi dall’anonimato. Sembrano invenzioni le facce degli umani stampigliate come francobolli su facebook. Sembrano muoversi, diventare umani i francobolli. Si parla sempre senza mai dire quello che veramente si vuole dire. Come hai scopato stanotte, perché non mi saluti con un bacio, cosa stringi nella mano nascosta in tasca, credi veramente che stanotte ti ho pensato, quando corri alla favorita cosa racconta il sangue alle tue tempie, dimmi veramente perché tua moglie ti ha abbandonato, quanto ti distrae mentre parli la tua unghia incarnita, te la sei misurata la febbre mi sembri gelato. Si parla senza sapersi più confessare, si parla senza sapere più mentire al confessore.

Si parla di monti. Non si parla dell’anarchia della vita. Si parla in ufficio o in trattoria di tutto tranne quello di cui non si sa più parlare. Di lombardo, di risparmio, di figli disoccupati. Si parla presumendo una intesa comune sugli argomenti di cui si deve parlare. Si costruiscono piramidi che fanno discorso ma non corrispondono alla primalità dei segreti del parlare. Le cose che non sappiamo dire incombono eppure non le diciamo. Si attacca bottone con un ‘ma noi ci conosciamo’, si saluta il conoscente-come-stai, si fa opinione con i vicini di casa sull’abominio dei loden verdi, sul canuzzo che ci porta a spasso, sulla netturbe differenziata. Invece noi dov’è che ci differenziamo in città divenute modelli, guide, manuali tuttocittà. Tutte le città non sono uguali eppure non lo sappiamo dire. L’abete non cresce nel deserto né il cactus nella foresta nera, eppure non lo sappiamo dire. Conosciamo l’elenco telefonico, numeri-shoah digitati nella carne dei nostri telefonini. Si parla dell’importanza di stare meglio, di crescere, ma senza la gioia che dovrebbe riesumare la passeggiata di poche ore che facemmo all’addaura, ammaliati dall’intreccio ventoso di volo di onde e gabbiani. Si parla con riserbo, non si svelano i segreti direttamente, indirettamente su facebook difesi dall’anonimato. Sembrano invenzioni le facce degli umani stampigliate come francobolli su facebook. Sembrano muoversi, diventare umani i francobolli. Si parla sempre senza mai dire quello che veramente si vuole dire. Come hai scopato stanotte, perché non mi saluti con un bacio, cosa stringi nella mano nascosta in tasca, credi veramente che stanotte ti ho pensato, quando corri alla favorita cosa racconta il sangue alle tue tempie, dimmi veramente perché tua moglie ti ha abbandonato, quanto ti distrae mentre parli la tua unghia incarnita, te la sei misurata la febbre mi sembri gelato. Si parla senza sapersi più confessare, si parla senza sapere più mentire al confessore.

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