Ars salva Riscossione Sicilia, Fiumefreddo decade Ricapitalizzazione da 13.2 milioni, poi nuovo piano

Riscossione Sicilia continuerà a gestire il servizio di riscossione delle imposte nell’Isola. L’Ars, dopo un lungo e acceso dibattito in cui si era fatta vicina la privatizzazione dell’ente, ha dato il via libera alla proposta del governo Crocetta che prevede una ricapitalizzazione immediata di 13,2 milioni di euro e uno stanziamento per il 2018 di 34,9 milioni. La giunta, allo stesso tempo, s’impegna entro 90 giorni a presentare un piano per la riorganizzazione della società.

Ma ci sono volute diverse ore e due riscritture della norma da parte dell’esecutivo per convincere la maggioranza dell’aula. «Il problema vero è Antonio Fiumefreddo». Il capogruppo di Sicilia futura, Totò Lentini, non ha usato mezze parole. Nella discussione uno dei nodi principali è stato il nome dell’avvocato catanese alla guida della società, che alla fine è decaduto per le dimissioni – arrivate mentre l’aula ancora discuteva – di due dei tre componenti del cda di Riscossione. 

Il governo regionale ha riscritto una prima volta la norma, diminuendo di sei milioni di euro il finanziamento da assegnare. Con quella proposta si passava da 17,9 a 11,9 milioni di euro per il 2016, mentre si aumentava quello per il 2018 a 23 milioni (prima erano 11,7 milioni). La ricapitalizzazione era di 2,5 milioni. Con l’ultima e definitiva stesura, invece, viene approvata una ricapitalizzazione decisamente più corposa, da 13,2 milioni. Passaggio importante perché la ricapitalizzazione rinforza la società e non può essere aggredita dai creditori. Mentre, nella precedente versione della norma, i soldi dati come copertura dei crediti sarebbero andati in conto capitale, con il concreto rischio di sparire in pochissimo tempo, considerando il consistente buco della società. 

Mentre era in corso il dibattito dell’Ars, è arrivata la notizia delle dimissioni di due dei tre consiglieri del cda della partecipata. Si tratta di Maria Filippa Palagonia ed Eustachio Cilea. Decisione che fa decadere l’ultimo componente, cioè il presidente Fiumefreddo, come peraltro chiesto da diversi deputati. «L’ho saputo per ultimo, hanno usato l’arma finale contro di me», ha commentato l’avvocato. La notizia non ha però convinto del tutto Nello Musumeci, leader del centrodestra: «Ho qualche sospetto sulla fondatezza di quella notizia, nel momento in cui l’aula si appresa a decidere una scelta importante. Troppe coincidenze».

Lo scontro è stato anche interno alla maggioranza, figlio dei rapporti tesi tra la partecipata guidata da Fiumefreddo e l’Ars dopo la pubblicazione dell’elenco dei deputati morosi. Vicenda ricordata oggi un aula da Lentini. Crocetta ha messo in guardia dalle possibili conseguenze della liquidazione di Riscossione Sicilia. «Non posso essere il notaio che assiste al declino dello statuto e dell’autonomia siciliana – ha affermato il presidente – ai tempi dei Salvo la riscossione dei tributi era in mano ai privati e io non sarò complice del progetto, anche se viene dalla mia maggioranza, di un ritorno al passato».

Forza Italia aveva proposto la cessione del servizio a Equitalia, la società di riscossione nel resto d’Italia, per poi astenersi. «È assurdo pensare che la più importante partecipata siciliana possa generare circa 18 milioni di euro di perdite annue, quando invece Equitalia consegue un utile di oltre 21 milioni», ha denunciato il capogruppo Marco Falcone. «Siete sicuri che Equitalia possa assorbire Riscossione e tutti i suoi dipendenti? – ha ribattuto Crocetta -. Io non credo, visto che Equitalia ha licenziato e messo in cassa integrazione alcuni suoi dipendenti. Dunque prima di assumerne altri dovrebbe recuperare quelli. Temo che si aprirebbe un altro scenario, quello dell’affidamento a privati del servizio di riscossione magari dando vita a una Equitalia-Sicilia». 

Ma ancora Musumeci ha evidenziato dubbi sulla competenza della Regione Sicilia sulla materia. «Spetta al governo regionale solo la scelta della società – afferma il deputato – stiamo andando oltre il seminato, il resto spetta al governo nazionale, rischiamo di imboccare una strada senza ritorno». Musumeci ha ribadito quindi la necessità di chiudere la società, portando a esempio degli sprechi, l’affitto delle sedi di Catania e Palermo. «Si spendono 36mila euro al mese per quella di Catania e 40mila euro al mese per quella di Palermo, mentre i palazzi della Regione poco distanti rimangono semivuoti».


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