Referendum, l’analisi prima e dopo: «Campagna elettorale confusa, ma anche intestarsi la vittoria è un errore»

«Quando c’è un messaggio forte, la campagna elettorale si scrive da sola. Quando è discordante, si perde». Una regola chiara di comunicazione politica, ma disseminata di possibili errori. Prima, durante e pure dopo, come evidenzia Simone Dei Pieri, già manager di numerose campagne elettorali e dottorando in Economia, management e processi decisionali a UniCt. Un’analisi necessaria, che parte dal recente referendum sulla giustizia, ma guarda al dopo, comprese le ricadute sulla campagna elettorale per le prossime elezioni regionali in Sicilia. Dove una maggioranza divisa da tempo si trova a fare i conti con una vittoria del No inaspettata. E con lo scaricabarile interno. Il tutto «in un decennio in cui, ormai, si è in campagna elettorale permanente», continua Dei Pieri. Che, dall’esperienza recente, traccia due linee principali: se il centrodestra ha commesso degli errori prima, il centrosinistra rischia di commetterli adesso.

Il prima: una campagna scoordinata

Dal caso Garlasco alla vicenda della famiglia nel bosco, gli esponenti di maggioranza hanno portato, a favore del , una varietà di argomenti confusa. E spesso smentita poco dopo dagli stessi colleghi di coalizione. «Sintomo di un ragionamento interno mancante sul messaggio da mandare agli elettori – spiega Dei Pieri -. Che deve essere univoco e coordinato». Ad avvantaggiarsi di questa confusione è stato il fronte del No. Ma non sempre in maniera attiva, consapevole e coordinata a livello politico. Piuttosto sfruttando gli autogol degli avversari, «trasformati in meme sui social network». A vincere è stato, quindi, un messaggio sì chiaro, ma spontaneo: «La minaccia di cambiare la Costituzione», riassume l’esperto.

Il durante: scarso dibattito, solo dal basso

La fase successiva e cruciale si è giocata un paio di mesi prima del voto. «Un momento in cui i partiti, da entrambe le parti, non hanno fatto grande dibattito – osserva Dei Pieri – per evitare di entrare troppo nel merito di una questione, appunto, confusa». Un tentativo quasi disperato della maggioranza è stato di intercettare il voto – risultato decisivo – degli under 35. Con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni fuori dalla zona di comfort, ai microfoni del podcast condotto dal rapper Fedez. «Farlo una settimana prima del voto è un chiaro azzardo – commenta Dei Pieri -, ma è stato un tentativo interessante. A cui, invece, si sono sottratti Giuseppe Conte ed Elly Schlein». I cui schieramenti, peraltro, hanno abdicato all’organizzazione di altri momenti di confronto. «I pochi incontri e dibattiti sulle ragioni del referendum sono stati organizzati dalle associazioni – fa notare il dottorando -. Dai giovanissimi, dagli studenti, dalle mamme e i papà. I partiti sono risultati assenti».

Il dopo: il rischio di intestarsi la vittoria

Se, fin qui, la maggior parte degli errori sono imputabili alla maggioranza, il giorno dopo le urne rappresenta il banco di prova per l’opposizione. «Il governo ha gestito bene la sconfitta, anche nella sua preparazione. Fin dal primo momento della campagna – continua la sua analisi Dei Pieri -, si è evitato di personalizzare il referendum come giudizio elettorale sul governo, che pure lo ha proposto. Meloni è sempre stata chiara: “Chi vota no, si tiene la giustizia per com’è e si tiene pure me”». Un messaggio ribadito bruciando tutti sul tempo: «Ha fatto l’unica cosa che si poteva fare per disinnescare – commenta Dei Pieri -. Niente conferenze stampa, ma un immediato video selfie dal giardino, per togliere la palla della richiesta di dimissioni agli avversari».

A dover prestare attenzione ai prossimi passi, piuttosto, è ora l’opposizione: «Andare in tv e intestarsi la vittoria sarebbe un errore clamoroso – spiega l’esperto -. Perché è chiaro che questa percentuale di No non appartiene ai partiti di centrosinistra. È fatta, in gran parte, da gente che aveva smesso di andare a votare e che non è detto lo farebbe alle prossime elezioni». Cittadini senza interessi personaliclientelari, ma anche senza riferimenti partitici, insomma. «Adesso vanno ringraziati i comitati spontanei che si sono attivati». E semmai, cogliere il cuore della questione: «Mantenere un messaggio, ma che sia chiaro».

Come non disperdere l’attivismo

«Ogni campagna elettorale vende qualcosa». Lo svecchiamento della politica di Matteo Renzi prima, e del Movimento 5 stelle dopo, con l’aggiunta dell‘uguaglianza digitale. Ma anche le politiche anti-immigrazione di Matteo Salvini e il sovranismo di Giorgia Meloni. «Sul mercato, ormai, si è capito che non si tratta più di vendere prodotti, ma esperienze. E, in politica, l’esperienza è il sogno. Fatto di elementi coerenti con la propria tradizione – conclude la sua analisi Simone Dei Pieri -. Nel caso del referendum, ha funzionato tanto più perché era spogliato della qualità dei candidati, permettendo al messaggio di emergere forte e chiaro: la difesa della Costituzione».


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