Reddito minimo a Cinque stelle: limiti e criticità

PRO E CONTRO DELLA PROPOSTA DEL MOVIMENTO DI GRILLO
di Piero David e Mario Centorrino

Un intervento di carattere nazionale del quale potrebbero beneficiare numerose categorie in gravi difficoltà in Sicilia, precari, disoccupati e soggetti in condizione di povertà, potrebbe essere rappresentato dall’introduzione di uno strumento di sostegno al reddito che assicuri alle famiglie un contributo monetario per alleviarne condizioni di disagio. Una proposta che va in questa direzione, cioè quella di istituire un reddito minimo garantito, è stata presentata nelle settimane scorse in Parlamento dal M5S. Vediamo di illustrarla analizzandone compatibilità e rischi sul piano dell’economia.

Diciamo subito che quello chiamato nella proposta M5S reddito di cittadinanza (quindi in teoria da attribuire a tutti i residenti in Italia) è, in effetti, un reddito minimo garantito che viene concesso a coloro, con età superiore a 18 anni, che percepiscono retribuzioni inferiori ad una certa soglia o che appartengono a famiglie in condizioni di povertà.

Dunque, la condizione per ottenere questo reddito minimo (600 euro netti mensili) è la maggior età, la residenza sul territorio nazionale, la percezione di un eventuale reddito netto annuo inferiore a 7.200 euro annui netti ovvero l’appartenenza ad un nucleo familiare il cui reddito è inferiore a determinate soglie (1600 euro, ad esempio, per una famiglia di tre persone).

Proviamo a fare qualche calcolo esemplificativo immaginando una famiglia con un componente che lavora e che percepisce appunto 1600 euro, un secondo componente che non lavora e due minori. L’assegnazione di 600 euro al secondo componente innalzerebbe il reddito complessivo a 2200 euro mensili.

La concessione del reddito minimo garantito è subordinata all’immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego territorialmente competenti. Il costo massimo per questa operazione è stimato in 19 miliardi di euro l’anno, una cifra da ricoprire con una serie di misure che vanno dalla introduzione di una patrimoniale, ad un prelievo sulle pensioni e all’abolizione della Cassa integrazione in deroga.

Secondo i calcoli realizzati da LaVoce.info utilizzando i dati dell’indagine Istat IT-SILC 2011, la spesa avrebbe una ripartizione territoriale fortemente a favore delle Regioni del Sud Italia (che assorbirebbero, da sole, il 66 per cento del costo dei trasferimenti, contro rispettivamente il 20 per cento e il 14 per cento del Nord e del Centro). Le famiglie beneficiarie sarebbero invece il 6 per cento nel Nord, il 9 per cento nel Centro e il 23 per cento nel Sud.

Quali i punti deboli della proposta ad una sommaria analisi? La mancata considerazione del patrimonio delle famiglie (casa in proprietà, ad esempio, o in affitto) che potrebbe portare ad erogare integrazioni di reddito verso soggetti che non versano in condizioni di bisogno.

Altro aspetto discutibile è la distinzione tra cittadini italiani e stranieri (cui si richiedono requisiti particolari). E poco praticabile appare l’affidamento della gestione del reddito minimo ai centri per l’impiego, di dubbio funzionamento particolarmente nelle regioni del Mezzogiorno. Un ulteriore rischio, ancora, consiste in quella che viene chiamata la trappola della povertà: ai beneficiari potrebbe convenire lavorare in nero e non rinunziare al sussidio.

Il riferimento soltanto al lavoro, infine sembra escludere altre forme di inclusione sociale (come, ad esempio, la frequenza scolastica dei minori).
Ma è soprattutto la compatibilità economica che sembra sfuggire agli estensori delle proposte. Con il possibile risultato che un giusto obiettivo si trasformi in mera promessa da campagna elettorale. Illusione e, poi, se non mantenuta, innesco di frustrazione e rabbia sociale.

 


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