“Racconta la storia”

Monica Maggioni e Nahum Barnea, due nomi noti del giornalismo moderno accomunati da un modo intelligente di raccontare il mondo di oggi e dal premio “Maria Grazia Cutuli” che hanno ricevuto sabato scorso, rispettivamente per la sezione “stampa” italiana e estera. Entrambi hanno tenuto una lectio magistralis con un tema comune, l’elezione di Barack Obama come presidente degli Stati Uniti d’America.

All’incontro, svoltosi al Monastero dei Benedettini, hanno partecipato i familiari di Maria Grazia Cutuli, i membri della giuria del premio, l’inviato del Corriere della Sera Antonio Ferrari (moderatore del seminario) e anche i giovani che hanno ricevuto i premi e le segnalazioni per le proprie tesi di laurea (tra cui anche il nostro collega del giornale Inchiostro Andrea Giambartolomei).

Monica Maggioni ha raccontato come l’America sia cambiata radicalmente dall’attacco alle Torri Gemelle del 2001 al quattro novembre scorso, quando Obama ha vinto le elezioni più seguite della storia.
La giornalista italiana ha avuto l’opportunità di vivere l’evolversi di questa campagna da dentro una porzione particolare dell’elettorato americano, quella dell’esercito stanziato in Iraq. Per un lungo periodo è stata aggregata alle truppe statunitensi, riuscendo a cogliere l’evoluzione di un Paese passato dall’accettazione plebiscitaria della guerra ai malumori degli ultimi mesi che hanno messo in seria difficoltà il governo Bush. Conoscere e quindi raccontare le storie di ragazzi che hanno firmato la leva triennale per potersi pagare il college, di uomini mutilati nel corpo e ancora più profondamente nella mente, di centinaia di persone che non hanno mai visto New York né tanto meno la capitale del proprio stato, le ha permesso di avere una prospettiva molto particolare e precisa.

La giornalista del Tg1 ha quindi spiegato come l’America oggi consideri la guerra in Iraq del tutto sbagliata per gli alti costi umani ed economici e per i risultati nulli («gli americani odiano perdere la guerra» ha sottolineato) e ha dipinto la trasformazione di un paese passato dall’odio verso il “diverso” all’elezione di un presidente di colore che si chiama Barack Hussein.

Anche la lectio di Nahum Barnea ha avuto come tema l’elezione del senatore dell’Illinois, ma dalla prospettiva mediorientale. Giornalista – che, secondo un sondaggio della televisione israeliana, è il «più influente degli ultimi 50 anni» – Barnea ha una storia particolare che ha come episodio più drammatico la morte di un figlio ventenne in un attentato. Nahum chiese al suo giornale di potersi occupare dell’articolo e nonostante il profondo dolore non si abbandonò a propositi di vendetta, continuando a sostenere la soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.

Barnea ha fatto notare come la vittoria di Obama abbia la sua particolarità in un consenso “orizzontale” che coinvolge quasi tutte le etnie e le classi sociali ma con un tratto comune: l’età molto giovane. Il giornalista israeliano ha avuto modo di intervistare il neo presidente durante il suo tour pre-elettorale; in quell’occasione ha spiegato come «è più facile parlare con i nemici che combatterli», messaggio che fa ben sperare per la sua futura politica estera. Il primo problema con il quale si dovrà confrontare Obama è infatti proprio quello mediorientale: pochi giorni dopo il suo insediamento – gennaio 2009 – sia Israele («non sarà una donna a vincere in Israele» prevede Barnea) che Palestina dovranno andare alle urne in una votazione che si preannuncia difficile per entrambi i paesi.

Al momento delle domande del pubblico, la Maggioni si irrita visibilmente quando qualcuno le chiede se sia più difficile il suo mestiere per una donna: «Io amo molto essere chiamata reporter, inviato. C’è una persona, un essere umano che guarda una storia e una realtà. Che sia un uomo o una donna non ha importanza».
Una domanda apprezzata è quella che riguarda i consigli che due giornalisti come loro darebbero a chi si vuole approcciare a questo mondo. «Siate curiosi, non preoccupatevi se lo stipendio sarà basso, perché potrà diminuire. Non tenete conto delle vendite del giornale, perché diminuiranno. Dovete essere felici di quello che fate» esorta Barnea. «Raccontate la storia» afferma con forza la Maggioni.

La conclusione dell’incontro è affidata alla signora Agata, la madre di Maria Grazia Cutuli. Già al suo ingresso nell’auditorium dell’ex Monastero dei Benedettini il pubblico l’aveva accolta con l’applauso più caloroso e lei si era schermita, camminando lentamente e muovendo le mani come a voler fare terminare quell’omaggio secondo lei troppo grande. Poi inizia a parlare di sua figlia e molti sguardi diventano lucidi: «Mia figlia già da piccola cominciò a essere diversa, a quattro anni sapeva leggere e scrivere» racconta. Poi parla della mattina di novembre in cui le riferirono che Maria Grazia era morta a 90 chilometri da Kabul. «Non pensavo che potesse essere successo a Maria Grazia, non capivo perché ci fosse tutta quella gente nel palazzo»; la voce trema. «Pensavo che pian piano la gente si dimenticasse di lei, ma non è successo e oggi me la sono sentita vicina vicina perché non è stata dimenticata» finisce in un bisbiglio, portando la mano al cuore.

 

Nella foto: i ragazzi che hanno ricevuto un premio o una menzione per la propria tesi di laurea al Premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli


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