Messina Denaro e la sanità con tempi record: Tac anticipata di dieci giorni, restrizioni Covid violate e un cd recuperato

Il mondo della sanità e gli amici degli amici per scavalcare gli altri malati in lista d’attesa. Una consuetudine a cui non si è sottratto nemmeno il boss stragista Matteo Messina Denaro quando c’era da curare il tumore al colon che aveva scoperto dopo un primo esame risalente al 3 novembre 2020. Trascorse 72 ore, l’ex latitante – introvabile per trent’anni e che si spacciava per Andrea Bonafede – era riuscito a farsi visitare da un chirurgo. Una settimana dopo, il 13 novembre, veniva sottoposto a un delicato intervento chirurgico. Tempi rapidi che, considerato il paziente, necessitavano di una fidata rete di fiancheggiatori. Ed è proprio in questo contesto che è emerso il nome di Cosimo Leone, un tecnico radiologo dell’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo, finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Da quando il boss di Castelvetrano è stato arrestato – il 16 gennaio 2023 – sono state individuate 14 persone che lo avrebbero supportato durante la sua clandestinità. Una lista probabilmente destinata ad allungarsi ancora.

Uno dei passaggi fondamentali di questa storia è quello che rimanda alla Tac che Messina Denaro effettua il 10 novembre 2020, in vista dell’intervento chirurgico. Un esame inizialmente programmato per il 20 novembre, poi anticipato al 17 e infine effettuato in gran fretta giorni prima del previsto. «Non si conosce, allo stato, chi ha disposto o anche sollecitato l’anticipazione dell’esame diagnostico», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare. Di certo c’è che Leone cambia il proprio turno di lavoro per essere presente in ospedale e che quel giorno parla diverse volte, al telefono, con il vero Andrea Bonafede. Probabilmente per fornire indicazioni immediate sull’esito della Tac. Il giorno dell’operazione, Bonafede e il tecnico radiologo parlano nuovamente. Appena 27 secondi di chiamata seguita da un incontro che, secondo gli inquirenti, sarebbe servito per passare a Leone un telefonino da consegnare a Matteo Messina Denaro. Il tecnico di Radiologia si sarebbe potuto muovere con più tranquillità tra i reparti del nosocomio, superando anche le rigide restrizioni vigenti all’epoca per effetto della pandemia da Covid-19.

Leone però sarebbe tornato utile all’allora latitante anche dopo l’intervento chirurgico: ossia quando bisognava recuperare il cd-rom della Tac effettuata il 10 novembre. A chiedere il supporto digitale, secondo la ricostruzione dei magistrati della procura di Palermo, sarebbe stato un medico di Trapani, da cui Messina Denaro si era recato per una visita oncologica. Supporto poi ritrovato nel covo di Messina Denaro quando venne catturato. «Anche in questo delicatissimo snodo del percorso terapeutico del latitante, ovvero la prima visita oncologica e l’avvio dell’Iter diagnostico/terapeutico, Leone ha mostrato pronta e sicura affidabilità nel fare da sponda alle esigenze del latitante, quale nel caso concreto il ritiro del cd della Tac e la consegna al latitante», sottolinea il giudice per le indagini preliminari.

Ma come arrivano Messina Denaro e il suo factotum Andrea Bonafede al tecnico di Radiologia? Un primo indizio rimanda al fatto che il professionista sia originario di Campobello di Mazara, il paese in provincia di Trapani scelto come ultima roccaforte da parte del latitante. Leone però è anche imparentato con l’architetto Massimo Gentile, accusato di avere fornito una macchina, una moto e una carta d’identità falsa al boss stragista. Il professionista, secondo gli inquirenti, si sarebbe messo a disposizione anche in passato, come emergerebbe in un’inchiesta, risalente al 2008, su un imprenditore campobellese trasferitosi in Lombardia, accusato di mafia ma poi assolto. Quest’ultimo avrebbe avuto la necessità di effettuare alcuni esami diagnostici e per farli si sarebbe recato nell’ospedale in cui lavorava il tecnico di Radiologia. «Cosimo Leone è stato la sponda, o almeno sicuramente una delle sponde, del latitante nell’ospedale di Mazara del Vallo, punto di collegamento dal suo interno in un periodo in cui, per le note ragioni epidemiologiche, le strutture sanitarie erano letteralmente rese inaccessibili», si legge in un passaggio dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice Alfredo Montalto.


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