Quando il poeta lombardo affascina Palermo: Donadoni al Teatro Garibaldi

di Gabriele Bonafede

Matteo Bavera, direttore del teatro Garibaldi di Palermo, lo definisce quasi come “lo Scaldati lombardo”. È Giovanni Testori, prolifico scrittore, drammaturgo, storico dell’arte e critico letterario italiano, lombardo “de souche”, verace. “Padano vero”, si direbbe oggi, ma non nel significato politico, anzi. Perché rappresenta invece ciò che l’Italia ha ancora di profondo, difendibile e “unificante” nella diversità: la cultura popolare di un Paese che ha vissuto una storia di sudore e difficoltà al Nord come al Sud . Poeta vero, Testori, autore di tante opere significative, spesso mischiate tra vernacolare e italiano soprattutto ne “Il Dio di Roserio”, racconto forte e amaro al tempo stesso, ironico, folk, coinvolgente.

Maurizio Donadoni in “Il Dio di Roserio”, di Testori, al Teatro Garibaldi di Palermo. Foto di Allessandro D’Amico

Maurizio Donadoni l’ha adattato e messo in scena al teatro Garibaldi, nome che evoca Bergamo in Sicilia per definizione: almeno la metà dei Mille erano bergamaschi. E bergamasco è Donadoni che raccoglie lunghi applausi nel suo monologo aderente al testo fin dal titolo.

Donadoni incanta, cavalca la bici come se la strada e la corsa fossero lì in teatro. E corre nel gruppo o in volata insieme a compagni e avversari del “Dio di Roserio”, quel “Dio sportivo” di provincia, quel ciclista pronto a tutto pur di vincere da dilettante e passare tra i professionisti, giocando “sporco” nelle polverose strade degli anni del boom economico italiano anni ’50.

Ma l’eroe non è il vincente, l’eroe è invece il perdente, condannato a essere gregario sempre e comunque, tradito dal miglior “amico” e dalla sua voglia di riscossa senza una guida certa. Simbolico racconto, di Testori, che in qualche modo rimanda alla (successiva) opera di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati” nel descrivere la meschina vittoria di chi è arrivista nel midollo, pronto a tutto pur di realizzare la propria, infausta, scalata.

Maurizio Donadoni. Foto di Alessandro D’Amico

La scalata è nel palco criptico del Garibaldi in corso di restauro, si vedono le biciclette, si sente il sudore, s’innalza l’adrenalina agonistica dell’ultima volata, il pericolo della discesa a rompicollo, la sterzata assassina per colpire il gregario che vuol diventare leader, la caduta, la ripresa, il gruppo che segue, la vittoria e la sconfitta ambedue amare, ambedue nel “giro” della vita.

Tutto questo porta in scena l’attore e regista bergamasco con un’attrezzatura minimalista e simbolica: è persino seduto su una sedia mentre pedala eppure è come se fosse in bicicletta e non da solo, pur essendo unico in scena. Realizza così un monologo corale, se così si può dire, che trasporta e riporta in vita gli uomini come i raggi delle pesanti biciclette di una volta.

E qui, l’attore, si fa tutt’uno con il poeta-autore. Come il nostro Scaldati, Donadoni interpreta il poeta in un fiume che scorre nel poema-prosa popolare di Testori, prendendo per mano il pubblico nel luccichio della corrente.

Ecco, siamo anche noi nel “gruppo”, a pedalare la rincorsa, a sudare il nostro fiato, insieme agli eroi di strada. E siamo nelle storie di Testori, nella nostra storia.


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