Provenzano, famiglia vuole riportarlo a Corleone Legale: «Il 41bis non può durare anche da morto»

«L’autorizzazione senza barriere a un incontro tra Provenzano e i suoi famigliari è arrivata oggi, solo dopo che è morto». Rosalba Di Gregorio è l’avvocata del boss di Cosa nostra, che si è spento stamani all’età di 83 anni nell’ospedale San Paolo di Milano, dove continuava a scontare la pena dell’ergastolo in regime di carcere duro. Soprannominata l’avvocato del Diavolo per aver difeso molti dei massimi rappresentanti della mafia siciliana, Di Gregorio non fa sconti sul trattamento riservato a Provenzano. 

Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del ministero della Giustizia, ha comunicato che Provenzano è entrato in coma irreversibile venerdì scorso a causa di un’infezione polmonare. Conferma?
«Che sia successo venerdì lo apprendo da lei. Quello che è certo è che i familiari sono stati informati sabato mattina del fatto che era in coma».

Negli ultimi giorni lei ha presentato istanza di sospensione della pena, viste le condizioni?
«No, non abbiamo presentato nessuna istanza. Piuttosto il primario del reparto dell’ospedale San Paolo dove era ricoverato ha fatto sapere al magistrato di sorveglianza che erano peggiorate le condizioni. Lo ha detto chiaramente: “Se ne sta andando”. In questo caso il magistrato ha il potere di sospendere l’esecuzione della pena, ma ha ritenuto che non ci fossero le condizioni sufficienti per farlo».

I familiari sono stati avvisati in tempo per incontrare il boss prima che morisse?
«Sì, hanno usufruito dell’anticipazione dell’incontro mensile che gli spetta, ma non hanno comunicato con lui, Provenzano non può parlare ormai da anni. Lunedì (l’11 luglio, ndr) la famiglia ha chiesto di poter usufruire di un incontro straordinario, senza barriere, ma l’autorizzazione è arrivata solo oggi, dopo che è morto».

Lei condivide la tesi del ministero secondo cui il regime del 41bis non ha aggravato lo stato di salute di Provenzano?
«Se parliamo degli ultimi anni sì, Provenzano era già morto, non era peggiorabile. Se guardiamo più indietro no. Era isolato da sempre, per un anno non gli sono state somministrate le cure per il Parkinson ed è stato lasciato solo nella sua cella. Avevamo chiesto che venisse aggiunto un lavorante, una sorta di badante, anche straniero, in modo che non potesse comunicare con lui. Forse se avesse avuto una detenzione diversa non si sarebbe verificata la caduta che gli ha provocato l’edema e ha peggiorato la sua situazione».

Provenzano è stato condannato a diversi ergastoli. Aveva altre situazione giudiziarie aperte, oltre a essere imputato nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia?
«Premesso che lui negli ultimi anni non poteva nominare nessun avvocato perché non capiva e non comunicava. A me risulta che avesse un procedimento per estorsione davanti al gip di Palermo e un altro a Parma per una risposta che diede al direttore del carcere che gli aveva comminato una sanzione. Provenzano in quel caso rispose “Dio vede e provvede”, il direttore si sentì minacciato, gli fu assegnata una scorta e ne seguì un procedimento».

La famiglia chiederà che vengano celebrati i funerali?
«Intanto l’autorità giudiziaria ha disposto l’autopsia sul corpo, quindi se ne parlerà tra qualche giorno. Ma ritengo che ci sia la volontà della famiglia di celebrare i funerali e di riportarlo a Corleone. D’altronde il 41bis non può durare anche da morto. (Il questore di Palermo, Guido Longo, ha annunciato che vieterà i funerali pubblici ndr)». 


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