Processo infanticidio Del Pozzo: la madre imputata esce dall’aula per non guardare le foto del cadavere

«Preferirei non guardare queste immagini e allontanarmi momentaneamente dall’aula». La richiesta arriva direttamente dalla voce di Martina Patti, la 24enne imputata nel processo per l’infanticidio della figlia di quattro anni Elena Del Pozzo avvenuto il 13 giugno del 2022 a Mascalucia, in provincia di Catania. Dopo avere inscenato e denunciato il rapimento della bambina da parte di un commando armato, la madre aveva confessato di averla uccisa con un coltello nel terreno incolto dove poi lei stessa aveva fatto ritrovare il cadavere. E sono proprio queste le immagini che oggi sono state proiettate all’interno dell’aula Serafino Famà del tribunale di Catania e che Patti – difesa dagli avvocati Gabriele Celesti e Tommaso Tamburinoha scelto di non volere vedere. A portare davanti alla corte un PowerPoint è stato Giovanni Marcì, il maresciallo della sezione investigazioni scientifiche del comando provinciale dei carabinieri di Catania che si è occupato dei rilievi tecnico-scientifici nell’auto, nella villetta e nel luogo del ritrovamento del cadavere della bambina.

Una buca di circa 50 centimetri di profondità scavata nel terreno da cui affiora comunque una parte del corpo della bambina, un gluteo. «Abbiamo iniziato le fasi del disseppellimento – ricostruisce il testimone – Dal busto in giù era nuda, il resto del corpo era infilato dentro cinque sacchi neri di plastica, di quelli che si usano per la spazzatura. Indossava una magliettina – continua il maresciallo – che era intrisa di sangue e presentava otto fori». Pantaloni e mutandine vengono ritrovati arrotolati accanto al cadavere, le scarpe in fondo al fosso. A partecipare alle fasi del disseppellimento c’è anche il medico legale Giuseppe Ragazzi che si occuperà poi di effettuare l’autopsia. Stando a quanto è stato ricostruito, «la bambina era ancora viva e respirava quando è stata inserita dentro il primo dei cinque sacchi di plastica che – fa notare il teste – è l’unico che presenta dei buchi». Gli altri quattro, dunque, sarebbero stati utilizzati uno sopra l’altro solo dopo che la bambina era già morta. Poco distante, sempre nello stesso terreno, sono state trovate anche la zappa e la pala. Gli strumenti che la donna avrebbe portato sul luogo in una fase precedente e che poi avrebbe utilizzato per scavare la fossa. «La pala – dichiara il maresciallo Marcì – aveva il manico spezzato». Nessuna traccia, invece, dell’arma utilizzata per compiere il delitto. Un coltello che non è mai stato ritrovato.


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