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Priolo, il futuro della raffineria Lukoil: tra divieti e pretendenti. Alosi: «Priorità per il nuovo governo»

Il tempo stringe ma i nodi sono ancora lì. A Priolo, nel Siracusano, aumenta il timore per il destino della raffineria Lukoil – che assicura il 22 per cento della raffinazione nazionale e il 20 per cento della domanda elettrica della Sicilia – e dei suoi mille lavoratori diretti, duemila con l’indotto. La decisione del Consiglio europeo di vietare a partire dal 5 dicembre l’acquisto di petrolio grezzo dalla Russia pone un serio problema di approvvigionamento per lo stabilimento. Superabile con la vendita a privati di un’altra nazionalità. Uno scenario non impossibile secondo il Financial Times, che ha fatto i nomi di diversi pretendenti internazionali. Ancora però senza una concreta proposta, secondo Lukoil. «C’è un riserbo anche comprensibile e pure noi abbiamo appreso di questa possibilità dalla stampa – dice Roberto Alosi, segretario Cgil Siracusa, ospite della trasmissione Ora d’aria, in onda su Sestarete tv-canale 81 e Radio Fantastica – Ma l’argomento ha finalmente scosso il torpore di una campagna elettorale troppo spesso priva di contenuti».

L’origine dei problemi di Lukoil

La questione approvvigionamento viene da lontano, fin dai primi momenti dello scoppio della guerra in Ucraina. Lukoil, seppur formalmente di proprietà di una società svizzera, ha il suo vertice in Russia; come l’ex presidente dimissionario Vagit Alekperov e l’ex manager a capo del cda Ravil Maganov, morto a inizio mese in circostanze controverse. Riconducibilità che in questi mesi ha spinto le banche a non fare credito all’azienda, nel timore che i suoi investitori potessero essere colpiti dalle sanzioni internazionali, vedendo i propri beni congelati e diventando così dei debitori insolventi. Risultato: nessuna nuova linea aperta per acquistare il greggio da altre nazioni diverse dalla Russia. Ma intanto il tempo stringe, con il divieto di importazione fissato dal Consiglio europeo per fine anno.

I possibili acquirenti

Una soluzione sarebbe l’arrivo di acquirenti di altre nazionalità. Che, secondo il quotidiano economico-finanziario britannico, ci sarebbero pure. Da Equinor, compagnia energetica norvegese, a Vitol, società olandese di commercio di energia e materie prime, leader mondiale nella compravendita di petrolio. Ma non solo. Proprio in questi giorni, riporta il Financial Times, la raffineria Lukoil avrebbe ricevuto la visita di Crossbridge Energy Partners, fondo d’investimento privato americano. Una permanenza che sarebbe durata ben dodici giorni, per portare avanti la raccolta di dati sull’impianto, ai fini di una proposta d’acquisto. Interesse però smentito – o meglio, non confermato – da Lukoil, secondo cui non ci sarebbe nulla di concreto. Risposta che lascia aperta più di una porta, ma che rischia di non risolvere abbastanza in fretta, secondo Alosi.

L’alternativa agli acquirenti stranieri

«Nella sciagurata ipotesi in cui Lukoil venisse bloccata dalle sanzioni, la questione si ripercuoterebbe su tutto il polo industriale di Siracusa, in cui si trovano quattro grandi colossi mondiali della raffinazione con produzioni interconnesse – spiega il sindacalista – Se dovesse crollare uno di questi pilastri, il rischio è un disastroso effetto domino». Con effetti incontenibili per la Sicilia, considerato che l’intero polo occupa circa diecimila persone. «Per questo, come sindacato, chiediamo da mesi un interesse nazionale sulla vicenda. Qualcosa era anche stato fatto, ma poi è arrivata la crisi di governo e adesso le elezioni». In mezzo, anche una proposta del Pd che Alosi definisce «affascinante ma difficile». L’idea è quella di nazionalizzare la raffineria Lukoil di Priolo, sul modello tedesco: «Il problema – dice il segretario Cgil – è che in quel caso la società Rosneft era russa anche sulla carta e quindi direttamente colpita dalle sanzioni. Lukoil, invece, no. Nel nostro caso c’è un eccesso di zelo da parte delle banche, che però il governo potrebbe superare».

Il ruolo del governo italiano

L’idea su cui il sindacato continua a spingere è quella messa sul piatto prima della crisi del governo Draghi: una fidejussione da parte Sace, la società assicurativa partecipata dal ministero dello Sviluppo economico, che faccia da garanzia con gli istituti di credito per Lukoil. Una soluzione anche rapida, ma bloccata in attesa delle elezioni. E intanto è stato lo stesso Mise a lanciare il consiglio di una vendita della raffineria a soggetti di altre latitudini, ma a nascondere una mano d’aiuto scegliendo di non fare da mediatore di eventuali trattative, rimandandole a discussioni tra privati. «Una dichiarazione infelice – conclude Alosi – È evidente che debbano occuparsi della questione: dovrà essere il primo punto dell’agenda del nuovo governo che verrà fuori dalle urne di domenica».


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