Nell’82 l’omicidio del generale Dalla Chiesa, ma la Regione sbaglia data. Arcivescovo: «La mafia? Un Olimpo con dei capricciosi»

«Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». È la frase che un cittadino, rimasto anonimo, scrive su un lenzuolo appeso in via Isodoro Carini a Palermo dove, la sera del 3 settembre del 1982, viene ucciso dalla mafia il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. Lì è andato oggi a depositare una corona d’alloro il presidente della Regione Renato Schifani. «Ho voluto rendere omaggio a un uomo che ha rappresentato con coraggio e determinazione lo Stato nella sua lotta contro la mafia», si legge nella nota della Regione. Un comunicato in cui, però, viene sbagliato l’anno dell’anniversario. La correzione – da 44esimo a 42esimo – arriverà poi con un secondo invio con un Rpt.

E oggi a Palermo per le commemorazioni è arrivato anche Nando Dalla Chiesa, il figlio del generale, insieme a un gruppo di studenti di Scienze politiche dell’Università di Milano dove insegna Sociologia. «È importante – ha detto in un’intervista a Repubblica – andare nei luoghi dove è stata fatta la storia». Per questo, con gli universitari, visiterà non solo via Carini, ma anche la prefettura, il tribunale, la caserma. «Vorrei – ha aggiunto Dalla Chiesa – che i miei studenti incontrassero mio padre nei luoghi simbolo che visiteremo». La figlia Simona, a margine della commemorazione a Palermo, ha detto che «sapevamo perfettamente la situazione di pericolo e, soprattutto d’isolamento, in cui mio papà era stato lasciato dalla politica del tempo. Eravamo consapevoli – ha aggiunto – ma per me che ero sua figlia era invincibile ed ero convinta che, anche in quella situazione così complessa, ce l’avrebbe comunque fatta».

Per l’omicidio del superprefetto Dalla Chiesa sono stati condannati all’ergastolo alcuni degli esecutori materiali e i mandanti riconosciuti nei vertici della cupola tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco e Pippo Calò. Nella sentenza della corte d’Assise del 2002 (che portò alla condanna all’ergastolo per i sicari Raffaele Ganci, Giuseppe Lucchese, Vincenzo Galatolo e Nino Madonia) viene messo nero su bianco che «si può senz’altro convenire con chi, sostenendo che persistano ampie zone d’ombra concernenti sia le modalità con le quali il generale è stato obbligatorio in Sicilia a fronteggiare il fenomeno mafioso, sia la coesistenza di specifici interessi, all’interno delle stesse istituzioni, all’eliminazione del pericolo costituito dalla determinazione e dalla capacità del generale». 

Da ogni parte istituzionale e politica sono arrivati messaggi di commemorazione. «La sua figura, il suo lascito ideale – ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – vivono oggi nell’operato di chi si impegna in prima persona contro la mafia e il terrorismo e indica all’intera comunità nazionale la via del coraggio e della responsabilità». Durante la messa celebrata nella cattedrale di Palermo per commemorare le vittime di mafia, è stato l’arcivescovo Corrado Lorefice a parlare della mafia come di «una sorta di Olimpo nel quale le varie divinità si alternano le loro vicende con esiti cangianti. Se qualcuno osa ribellarsi al dio di turno, esplode il brivido del vero potere e si arriva a togliere la vita». L’arcivescovo, nel corso dell’omelia, ha poi aggiunto che «la mafia trova il suo miglior humus nella camaleontica postura dei colletti bianchi, sull’asse della commissione tra ricchezza e potere. Ecco perché – ha concluso Lorefice – i suoi tentacoli sono, e rimangono, pervasivi e invasivi: il dio mafioso è lì dove ritiene di potersi nutrire».


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