Nel segno di A.

Fino a domenica 8 febbraio i catanesi hanno un’opportunità unica di vivere e confrontarsi con la santuzza, di comprendere definitivamente quanto pagano possa essere un rito sacro e quanto sacro possa essere uno spettacolo teatrale. Ma procediamo con ordine…

Roberto Zappalà mette in scena la sua nuova creazione: A. semu tutti devoti tutti? allo Scenario Pubblico di Catania per la compagnia Zappalà Danza, con la collaborazione del Teatro Massimo Bellini e del Teatro Stabile di Catania. Lo spettacolo si avvale inoltre del contributo di Nello Calabrò per quanto riguarda la drammaturgia e di Puccio Castrogiovanni de I Lautari per la composizione di musiche originali.

A. come Agata, certo. Ma è solo A. uno spunto, un suggerimento, una necessaria base dalla quale prendere l’avvio per un racconto onirico. In realtà è Catania, con tutta la sua perversa, inesauribile sensualità la protagonista. Uno spettacolo di danza. Forse. Sicuramente uno spettacolo dalla fortissima carica erotica, dall’eccezionale poeticità narrativa.

Uno spettacolo di corpi che si fronteggiano con l’inaudita eleganza di inedite arti marziali, intrecciandosi, sciogliendosi cercandosi senza requie. Agata è femmina. E Catania è femmina. Sulle note distorte di Carmen Consoli, sulle scene di follia collettiva da stadio, A. – Agata o C. – Catania è comunque sempre passione pura, esasperata, teatralizzata. Il catanese non può, non sa slegarsi dall’esigenza di giocare il ruolo del protagonista. Deve gridare al mondo sofferenza, gioia, fede. Si batte il petto, si lacera le carni e grida, grida un ritornello che scioglie l’individuo nella comunità, nella città. E in quei giorni, durante la festa di Sant’Agata, i catanesi si riprendono la città pietra per pietra, la posseggono con la voglia selvaggia di un amante insaziabile. E così la catarsi mistica si fonde, si confonde ineluttabilmente in una catarsi orgasmica. Tutto questo Zappalà ha saputo coglierlo con maestria di poeta ma anche con disincanto di novello Gattopardo che ben sa come dietro a tale ubriachezza collettiva gli affari, gli accordi per la spartizione dei guadagni, per la gestione delle mansioni non siano mai persi di vista. 

La tensione non viene in nessun momento meno durante lo spettacolo. Come in una morsa ti stringe le viscere e si scioglie solo nel liberatorio applauso finale. Anche quando l’autore cede a dotte citazioni iconografiche non si tratta di mero sfoggio di cultura. Tutto fluisce nel moto continuo, ora gentile, ora feroce, irrispettoso quasi, con il quale gli interpreti si passano l’un l’altro l’esile corpo di Samantha Franchini, metafora perfetta di Agata, del suo fercolo. Un corpo, appunto, solo un corpo. Un oggetto, pieno, pulsante di vita, ma oggetto. E questo stordisce, disturba quasi lo spettatore che però immediatamente viene distratto da nuovi, impavidi scontri…


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