Morto Pinochet: una riflessione

Già da tempo, il Cile si preparava alla morte di Pinochet. Si chiedeva come rendere l’estremo saluto a quel dittatore ancor oggi detestato, ma invero anche amato da una frangia non piccola della popolazione. E questo risulta evidente non soltanto dalla presenza dei sessantamila cileni che sono andati a rendere omaggio alla sua salma, ma anche (e soprattutto) dal fatto che non è mai stato punito davvero per i diciassette anni di terrore del suo governo. Non dimentichiamo, infatti, che ha scontato la condanna vivendo l’ultimo scorcio della sua vita in una prigione dorata – la sua lussuosa villa fuori Santiago –, circondato dalla presenza dei suoi cari.

Ecco perché dunque, nonostante la causa per ‘crimini contro l’umanità’ ancora pendente, il Governo si è chiesto se non fosse il caso di accogliere la richiesta di celebrare i funerali di Stato.
Ancora una volta, la paura di un possibile ritorno al fascismo ha imposto al Cile il dubbio, che ha risolto come in altre occasioni con la vigliaccheria della mediazione: non ci saranno i funerali di Stato per l’ex dittatore, tuttavia gli si renderanno gli onori militari. Questa decisione non meraviglia chi sia stato un osservatore (anche poco attento) degli ultimi anni di vita politica e culturale di questo Stato dell’America latina.
Infatti, non si può far finta di ignorare come siano state legate le mani alla Commissione Rettig (che doveva indagare sui crimini commessi dalla dittatura, ma senza poter rendere pubblici i nomi degli aguzzini), né si può dimenticare la perversa legge che ha imposto la ‘Riconciliazione nazionale’. Addirittura qualche intellettuale come Ariel Dorfman, nonostante l’esilio a cui fu costretto, nelle sue opere sembra indicare l’accettazione dell’oblio come unica soluzione per il Cile.

La dittatura di Augusto Pinochet Ugarte è stata tra le più terribili. Non tanto per il numero dei desaparecidos (che, secondo prudenti stime, ascende ad almeno 3.000), quanto per la violenza utilizzata nei confronti degli oppositori.
Nella mente di chi visse quegli anni con impegno politico è ancora vivo il ricordo della famigerata DINA (i servizi segreti del regime); della “Carovana della morte” e del suo feroce comandante, il generale Sergio Arellano Stark; di villa Grimaldi (dove, poi si seppe, venivano torturati i prigionieri politici sotto osservazione medica, in modo che potessero sopportare più a lungo il supplizio). Ed è ancora vivo il vile bombardamento della Moneda (il palazzo presidenziale), dove si era rifugiato il Presidente socialista Salvador Allende che, per non cadere vivo nelle mani degli insorti, fu costretto a suicidarsi. Molti di noi ricordano ancora il canto spezzato di Víctor Jara, barbaramente trucidato nello stadio di Santiago, dopo che gli furono fratturate le ossa delle mani, colpevoli di avere accompagnato alla chitarra le sue canzoni di protesta.

Oggi, colui che diede vita a questa pagina di storia di immane iniquità è morto. Non sono d’accordo con le manifestazioni di gioia e i brindisi di piazza per celebrare una morte, anche perché Pinochet non era più al potere (dunque non possono essere considerate come il festeggiamento un ritorno alla democrazia). E poi, perché di nessuna morte si gioisce.
Certo, però, che non riesco a provare dispiacere.


Domenico Antonio Cusato è professore universitario nella Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Catania. Insegna lingue e letterature ispano-americane (I, II e III anno), Letteratura spagnola III (LCE), Letteratura spagnola (SPE) e Letterature ispano-americane (SPE).


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