Migranti, la storia del piccolo siriano Qusay Dal Cannizzaro alla fuga verso Milano

Qualche ora prima di Natale, Moder e il figlio Qusay sono alla stazione di Catania. Aspettano un treno per Milano. Il padre tiene in braccio il bambino di 5 anni che non può camminare: ha il piede sinistro fasciato, così come la testa ed entrambe le mani, a causa delle ustioni di terzo grado causate da un fuoco acceso per riscaldarsi nel sotterraneo dove i trafficanti libici li hano tenuti per due mesi. Il capoluogo lombardo sarà l’ultima tappa di un lunghissimo viaggio della speranza che li ha portati dalla Siria alla Libia, poi a Siracusa e, per 16 giorni, nel reparto di terapia intensiva del centro grandi ustioni dell’ospedale Cannizzaro, infine al Cara di Mineo, dove la polizia li ha trasferiti una volta che i medici hanno dato il via libera alle dimissioni e da dove sono scappati appena dodici ore dopo il loro arrivo.

Moder, 28 anni, parrucchiere e padre di tre figli, viveva a Daraa, città nel Sud-Est della Siria, vicino al confine con la Giordania, teatro di numerose battaglie tra il regime di Bashar Al Assad e i ribelli. Decide di partire insieme alla moglie e ai tre figli per scappare da una guerra che dura ormai da tre anni. Per tutto il viaggio non si perdono di vista. Sono ancora insieme quando vengono intercettati dalla Guardia costiera italiana a largo di Capo Passero. Uno accanto all’altro durante lo sbarco nella notte tra il 7 e l’8 dicembre al porto di Siracusa insieme ad altri 108 siriani ed egiziani. Ma le condizioni del piccolo Qusay appaiono subito molto gravi ai primi soccorritori, a causa delle bruciature profonde riportate in Libia. «I trafficanti ci hanno tenuti per due mesi in un sotterraneo – racconta il padre a chi ha provato ad aiutarlo – per riscaldarci abbiamo acceso un fuoco con quello che avevamo e Qusay si è bruciato. Avevo paura ad affrontare il viaggio verso l’Italia, ma non avevo scelta, dovevo far curare Qusay e in Libia non ci davano assistenza». Anche Moder arriva in Sicilia con ustioni ad una mano. La famiglia è costretta a dividersi: padre e figlio vengono trasferiti al centro grandi ustioni dell’ospedale Cannizzaro. La madre, con gli altri due bambini, viene portata nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Mineo.

Al piccolo siriano vengono diagnosticate profonde ustioni di terzo grado alla testa, al piede sinistro e ad entrambe le mani. I medici decidono di ricoverarlo nel reparto di terapia intesiva. «Le bruciature erano già vecchie di almeno dieci, dodici giorni. E’ stato necessario provvedere ad innesti di cute», spiegano dall’ospedale. Ma nel reparto di terapia intensiva vige un regolamento ferreo: chi entra per accompagnare un parente ricoverato, non può uscire. Moder accompagna il figlio, ma non ha nessuno fuori ad aspettarlo: rimane per giorni con gli stessi vestiti addosso, mangia quello che l’ospedale gli fornisce, si lava nel bagno privo di doccia all’interno del reparto. Chiede di poter parlare con la moglie, di sapere dove si trova, ma nessuno gli dà notizie. Chiede insistentemente di uscire perché vorrebbe fumare, perché non ha un centesimo in tasca e vorrebbe chiamare i parenti in Siria perché gli mandino dei soldi. Agli attivisti catanesi che, venuti a conoscenza della sua storia, si recano al Cannizzaro per aiutarlo, Moder racconta: «Voglio farmi una doccia, ho bisogno di lavarmi, voglio tagliarmi le unghia. Non sono mai stato così sporco. Ho bisogno di respirare aria aperta, libera. Ma loro dicono sempre e solo no. Ho attraversato mari, ho corso pericoli per salvare i miei figli, per arrivare sin qui e questi dottori hanno paura che io abbandoni mio figlio e scappi. E’ assurdo». Ma i medici glielo vietano.

La difficoltà di comunicazione tra l’uomo che parla solo arabo e il personale medico complica la situazione. «Quando ha firmato il consenso per il ricovero del figlio, è stato messo a conoscenza delle regole da un interprete», sottolineano. Nelle due settimane di permanenza al Cannizzaro, Moder riceve la visita della moglie, uscita dal Cara. Ma la comunicazione avviene una prima volta solo attraverso il citofono: la porta della terapia intensiva non si apre. Troppo alto, secondo i medici, il rischio di portare dentro infezioni e, soprattutto, prevale la paura che l’uomo possa abbandonare il figlio. Alla fine i dottori acconsentono ad una breve uscita: solo quando la donna si reca una seconda volta in ospedale perché la figlia sta male, riesce ad abbracciare Qusay, mentre Moder accompagna la bambina al pronto soccorso.

La mattina della vigilia di Natale, il piccolo siriano viene dimesso. «Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, come per qualunque paziente che viene ricoverato nel nostro centro», affermano i medici. Qusay ha vistose fasciature che coprono la testa, le mani e i piedi. Non può camminare bene e il padre è costretto a portarlo in braccio, perché non ha un passeggino o una sedie a rotelle. Né qualcuno pensa di fornirgliela. Ad aspettarli però c’è la polizia che li trasferisce al Cara di Mineo. La legge stabilisce che il personale medico non può segnalare gli immigrati irregolari che ricorrono alle cure di un ospedale. «In questo caso, essendo stati portati dalle forze dell’ordine per il ricovero, ci sarà stato un accordo secondo cui, al momento delle dimissioni, l’ospedale doveva avvisare la polizia», spiega un medico del Centro grandi ustioni. Ma Moder dice di «non essere stato identificato e di non aver presentato nessuna richiesta di asilo». Sul foglio di dimissioni che viene inviato dall’ospedale all’ambulatorio del Cara non è specificata nessuna terapia medica per il bambino. «Ma – sottolinea Stefano Grasso, coordinatore dei medici del Centro d’accoglienza – sul documento è indicato l’appuntamento per la prima visita in ospedale, fissata per il 31 dicembre». Eppure Moder afferma di non aver ricevuto alcun documento di dimissioni dal Cannizzaro. Agli attivisti che gli hanno chiesto quali cure l’ospedale gli avesse raccomandato per il figlio, l’uomo ha mostrato solo tre fogli. Si tratta di «un supporto tecnico per chi adotta la dieta pro Zona», scritto in italiano e con un inchiostro sbiadito, a tratti illegibile, di cui CTzen è in possesso. «Questo è tutto quello che mi hanno dato in ospedale», ha affermato Moder. Un documento inutile, senza alcun legame con quanto sofferto dal figlio o con le eventuali successive cure.

Proprio nei giorni precedenti all’arrivo del piccolo Qusay, il Cara di Mineo è stato teatro di violente proteste. Sull’opportunità di ospitare un bambino in quelle condizioni nel centro di accoglienza, un medico del Centro grandi ustioni specifica: «Non conosco le condizioni igieniche del Cara, ma ritengo che non vi fossero particolari ostacoli. D’altronde abbiamo avuto in cura in passato altri minori ospiti del Centro che venivano portati periodicamente in ospedale per le cure».

E’ la mattina del 24 dicembre quando padre e figlio entrano nel Cara. La sera dello stesso giorno sono già alla stazione di Catania in partenza per Milano. Qusay ha sempre la testa, le mani e il piede protetti dalle fasciature. Vistose, ma non abbastanza per non accorgersi del suo sguardo spento e del suo sorriso da bambino che già non c’è più.


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Ha cinque anni ed è arrivato dalla Siria insieme a tutta la famiglia lo scorso 8 dicembre al porto di Siracusa. Ma a causa delle ustioni di terzo grado alla testa, alle mani e ad un piede che si è procurato in Libia è stato trasferito al centro grandi ustioni dell'ospedale catanese, dove è rimasto per 15 giorni, sempre vegliato dal padre, tra difficoltà di comunicare e tensioni con i medici. Al momento delle dimissioni, ad aspettarlo c'era la polizia che lo ha portato al centro di accoglienza di Mineo, dove è rimasto appena dodici ore. Quindi la fuga e un treno verso Nord per proseguire il viaggio verso una vita nuova

Ha cinque anni ed è arrivato dalla Siria insieme a tutta la famiglia lo scorso 8 dicembre al porto di Siracusa. Ma a causa delle ustioni di terzo grado alla testa, alle mani e ad un piede che si è procurato in Libia è stato trasferito al centro grandi ustioni dell'ospedale catanese, dove è rimasto per 15 giorni, sempre vegliato dal padre, tra difficoltà di comunicare e tensioni con i medici. Al momento delle dimissioni, ad aspettarlo c'era la polizia che lo ha portato al centro di accoglienza di Mineo, dove è rimasto appena dodici ore. Quindi la fuga e un treno verso Nord per proseguire il viaggio verso una vita nuova

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