Mafia, Turi Catania e il clima di terrore sui Nebrodi «Se non mi porti 24mila euro vedrai cose brutte»

Il capo sarebbe stato lui, Salvatore Turi Catania da Bronte. E il suo gruppo avrebbe goduto di una pericolosa «vitalità criminale», tale da creare una vero e proprio «clima di terrore» nell’area che ricade nel parco di Nebrodi. Nelle carte dell’inchiesta antimafia portata a termine martedì dai carabinieri del Ros e da quelli di Santo Stefano di Camastra emergono i dettagli della mafia rurale. Metodi spiccioli, pestaggi, intimidazioni, vittime che negano l’evidenza ed estorsioni. La prima è quella che avrebbe avuto come destinatario un allevatore di Bronte, che aveva stipulato un preliminare di vendita per l’acquisto di un terreno di 46 ettari in contrada Cutò, nel territorio di Maniace, piccolo borgo che si trova lungo la strada che collega le province di Catania e Messina. L’altro episodio è, invece, quello che ha come obiettivi tre imprenditori agricoli, di Cesarò, Troina e Bronte, e un affare legato a un appezzamento da 130 ettari, anche questo vincolato da un contratto e dal versamento di una caparra di quasi 200mila euro. In entrambi i casi, la cosca si sarebbe attivata con ogni mezzo per interrompere le cessioni e accaparrarsi i terreni, così da aggirare il protocollo di legalità voluto dal presidente dell’ente Giuseppe Antoci. Documento che ha introdotto una fondamentale limitazione: rendere impossibile la concessione in affitto dei terreni pubblici agli allevatori non in regola con la certificazione antimafia.

Dall’indagine trapelano i serrati contatti fra Turi Catania e Roberto Calanni. Quest’ultimo, chiamato dal primo con l’appellativo di cugino, sarebbe stato uno dei suoi uomini di massima fiducia, utilizzato in più occasioni anche come autista personale. Sarebbe stato lui a eseguire istruzioni e compiti, spesso dati con linguaggio criptico come quando gli veniva riferito che alcune persone volevano incontrare «Turi Giuliano». Dietro il nome del famoso bandito ci sarebbe stato in realtà un sorvegliato speciale attivo nel territorio di Fiumefreddo. All’inizio del 2016 le intercettazioni captano invece la voce di Catania intento a chiedere 24mila euro a un ragazzo di Bronte: «Ho aspettato a te… vuoi trovare cose brutte con me?», gli chiede. Per poi proseguire: «Se entro questa settimana non mi porti i soldi vedrai cose brutte». La macchina di Calanni è una sorta di miniera per gli investigatori, utile a provare, scrive la giudice, «il forte controllo operato nel territorio». I due discutevano per esempio di un’estorsione a una tabaccheria di Bronte o di un furto di bestiame che non doveva essere fatto, perché di mezzo c’erano pure gli animali del presunto capo: «Se gli viene a mancare una vacca a Mazzurco, gli viene a mancare la testa».

Catania è ritenuto il vertice del clan, ma non si è visto contestare nessuno tra gli episodi più cruenti emersi durante le indagini. Come i quattro suini uccisi con il sangue utilizzato per disegnare tre croci e le iniziali di una vittima sulle ante del garage della sua azienda o le aggressioni con calci e pugni. Fino all’ultimo episodio del 10 febbraio scorso, quando Giovanni Pruiti con un morso provò a recidere l’orecchio di un proprietario terriero, davanti al bar ristorante Mazzurco nei pressi di Cesarò. «È impossibile ipotizzare che Pruiti, di sua esclusiva iniziativa, avesse potuto gestire attività estorsive di tale portata», scrive la giudice. Catania, contrariamente agli altri nove, è stato l’unico a parlare davanti la giudice per le indagini preliminari. Dichiarazioni spontanee per ammettere di conoscere solo Calanni, ma solo come un cugino acquisito, e Giovanni Pruiti. Quest’ultimo incontrato soltanto molto tempo addietro.

Secondo gli inquirenti, Catania non sarebbe il reggente del clan dei brontesi, ma il vero e proprio capo, con un passato da protagonista nella faida con il boss avversario Francesco Montagno Bozzone. Ad accusarlo ci sono diversi collaboratori di giustizia, compreso Santo La Causa, suo padrino nella cerimonia della pungiuta con cui il presunto boss sarebbe stato fatto uomo d’onore di Cosa nostra. Nell’elenco dei pentiti, anche Giuseppe Scollo che spiega ai magistrati le rivelazioni che avrebbe ricevuto in carcere proprio da Catania. Il presunto capo gli avrebbe presentato, nel 2014, Giuseppe Pruiti, fratello di Giovanni, ergastolano per omicidio e mafia. Del 54enne brontese si parla anche nelle carte dell’inchiesta Kronos. L’uomo viene definito uno dei «capoccioni» di Cosa nostra catanese. Talmente importante da essere inserito nella lista degli invitati a un prestigioso summit organizzato alla fine del 2015 per nominare il nuovo rappresentante provinciale della famiglia Santapaola-Ercolano. Evento però a cui Catania poi non prese parte. 


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