Mafia, sbloccati i beni di Giovanni Puma Gli inquirenti: «Indagini a rischio»

Battuta d’arresto nel procedimento che riguarda Giovanni Puma, l’imprenditore catanese accusato di 33 diversi reati di riciclaggio per un ammontare di 3 milioni di euro. I reati, commessi a Catania e Padova tra il 2003 e il 2005, sono stati individuati grazie a lunghe indagini condotte dalla Dia di Caltanissetta nell’ambito dell’operazione Fenix. Ora arriva però l’annullamento da parte del tribunale del riesame del sequestro dei beni della famiglia Puma disposto lo scorso mese di marzo. Allora erano state bloccate preventivamente le quote di tre società – Set servizi espressi e trasporti SrlMarco Immobiliare srl e Puma logistica e Trasporti srl, tutte con sede a Catania – assieme a mezzi e autoveicoli di vario genere e un appartamento di dieci vani nel centro di Milano. Il tutto per un valore complessivo di circa 20 milioni di euro.

Era stata la gravità della condotta di Giovanni Puma a spingere gli inquirenti a chiedere il sequestro preventivo dei beni, non confermato però dal tribunale del riesame. In attesa delle motivazioni nessuna dichiarazione ufficiale dagli inquirenti che off the records manifestano però il timore che possa venir meno una parte fondamentale dell’intero lavoro di indagini.

L’operazione era stata salutata come una decisa conferma del radicamento delle attività illecite riconducibili a Cosa Nostra al nord. Secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Riggio, infatti,  alcune delle attività illecite derivate dagli affari di Giovanni Puma farebbero capo direttamente al boss della mafia nissena Giuseppe Piddu Madonia. Ma finora gli inquirenti non sono riusciti a individuare l’uomo di fiducia del capomafia nisseno all’interno del giro d’affari controllato da Puma.

E’ proprio da Caltanissetta che l’intero procedimento contro l’imprenditore ha preso il via. Esattamente dall’operazione Dirty money che nel 2006 portò la Dia nissena a scoprire che la banca cooperativa So.Fi.Ge. di Gela era interamente controllata dalla Stidda.

Secondo gli inquirenti, Puma avrebbe riciclato il denaro sporco attraverso il trasferimento di fondi ad una società che aveva sede a Padova con la complicità del figlio Marco Antonio. Ma nell’operazione sarebbe stato coinvolto un sostanzioso numero di imprese: 32 società italiane e 20 estere (con sede in paradisi fiscali), 25 filiali bancarie e tre società fiduciarie e finanziarie di Roma e Milano. «L’intero contesto d’indagine – si legge nel provvedimento di sequestro emesso lo scorso marzo – consente di porre in evidenza l’inserimento del Puma Giovanni in un circuito criminale ben più ampio dell’ambito operativo delle sue attività commerciali, che interessa contesti internazionali, denotando l’assoluta gravità della condotta a lui ascrivibile».

[Foto de il matte]


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