Immagine dal profilo Fb di Salvatore Iacolino

Mafia, sanità e corruzione: la parabola di Salvatore Iacolino si abbatte sul governo regionale

La nuova inchiesta giudiziaria sui vertici della Sanità siciliana – tra cui il neo-sospeso Salvatore Iacolino – è un evento di portata sistemica. Capace di scuotere le fondamenta dell’amministrazione regionale ma anche i delicati equilibri politici tra le forze di maggioranza a Palazzo d’Orleans. Al centro di questo terremoto giudiziario c’è la figura di Salvatore Iacolino, manager e politico con una carriera in costante ascesa tra i gangli vitali del potere pubblico. L’accusa formulata dalla procura di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, è di quelle che segnano una vita professionale: concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata dall’aver agevolato Cosa Nostra. Secondo l’inchiesta, Iacolino avrebbe messo a disposizione influenza e relazioni, costruite in decenni di attività politica e amministrativa. A vantaggio di esponenti di spicco della criminalità organizzata agrigentina, in particolare del mandamento di Favara. In cambio di indiretti aiuti elettorali.

La traiettoria professionale: tra gestione tecnica e politica

La biografia di Iacolino non è solo il resoconto di una serie di incarichi prestigiosi, ma costituisce un caso di studio sulla natura del potere in Sicilia. Dove la sfera tecnica e quella politica si intersecano in modo indissolubile. Nato e cresciuto professionalmente nella provincia di Agrigento, Iacolino ha saputo interpretare il ruolo di manager pubblico come volano per la costruzione di un consenso solido, capace di proiettarlo fino al Parlamento europeo. Prima, tra il 2001 e il 2005, direttore amministrativo dell’Asp di Agrigento. Poi direttore generale dell‘Asl 6 di Palermo, amministrando il budget più consistente dell’intera regione. Nel 2009 arriva il salto con l’elezione al Parlamento europeo nelle liste del Popolo della libertà.

Durante il suo mandato a Bruxelles, Iacolino fa parte della Commissione per libertà civili, giustizia e affari interni e della Commissione speciale su criminalità organizzata, corruzione e riciclaggio. Partecipando – con un certo paradosso rispetto alle accuse di oggi – alla stesura di rapporti e strategie per il contrasto transnazionale alle mafie. E posizionandosi come un esperto di legalità a livello europeo. Conoscenze che potrebbero essere finite tra gli approfondimenti della procura.

Le reazioni politiche e la crisi del governo Schifani

L’impatto politico dell’inchiesta su Iacolino è stato immediato e devastante per la giunta di Renato Schifani. A cui tocca giustificare la nomina di un dirigente che, pur qualificato, era già stato al centro di varie polemiche. Subito dopo il blitz, Schifani ha difeso la sua «scelta tecnica», come «conferma di chi ha lavorato bene». Allora proposta dall’assessore al ramo, dice, e solo condivisa dalla giunta. Così come sempre dall’assessora Daniela Faraoni sarebbe arrivata la proposta di sospensione del manager, ieri, durante la riunione di giunta. Le cronache politiche, tuttavia, raccontano una storia diversa: con il commissario di Fratelli d’Italia, Luca Sbardella, che avrebbe preteso il primo allontanamento di Iacolino dal dipartimento Pianificazione strategica, portando alla guerra fredda in maggioranza. La cacciata, formalizzata pochi giorni prima dell’inchiesta nel suo trasferimento al Policlinico di Messina (adesso revocato pure), sarebbe stata la condizione posta dai patrioti per garantire la tenuta del governo.

L’attacco delle opposizioni e il collasso del sistema

E le opposizioni all’Assemblea regionale siciliana, dal canto loro, utilizzano l’indagine come prova del fallimento del metodo Schifani. E come base per una chiara richiesta di dimissioni, per rispetto dei siciliani in attesa da mesi per una visita o un ricovero. «Il presidente della Regione non riferisce in aula su uno scandalo che ne scoppia subito uno nuovo – dichiara il coordinatore regionale del M5s e vice presidente dell’Ars, Nuccio Di Paola -. Schifani prenda atto del fallimento e si dimetta». «Schifani ha ora il dovere di fermarsi – rincara Michele Catanzaro, capogruppo del Pd all’Ars -. Le inchieste che stanno schiacciando il suo governo dovrebbero fargli capire che è arrivato al capolinea».

Precedenti giudiziari e la cultura del sospetto

Salvatore Iacolino non è un nome nuovo negli archivi giudiziari: tra indagini e processi, conclusi sempre con assoluzioni. Di recente, il manager-politico è stato indagato per presunte irregolarità nella gestione delle Asp agrigentina e palermitana. In un clima già teso per le segnalazioni delle associazioni per i diritti del malato di criticità nella sua gestione. Specie riguardo ai ritardi nei referti oncologici e all’impossibilità di interloquire con i manager anche da parte dei familiari di cittadini deceduti. In una dichiarazione del 2019, dopo una sentenza favorevole, Iacolino affermava con forza: «Ho sempre avuto fiducia nella giustizia. Questa decisione riconosce la mia trasparenza». Una garanzia per la sua continua riproposizione ai vertici della burocrazia regionale. Ma, stavolta, l’accusa di concorso esterno alla mafia sembra rappresenta qualcosa di più.

L’ipotesi di una corruzione raffinata

Il metodo Iacolino, così come ipotizzato dai magistrati di Palermo, si baserebbe su uno scambio raffinato tra favori amministrativi e sostegno politico-economico. Niente buste di denaro, ma una corruzione sistemica e burocratica, più difficile da individuare. Poggiando su informazioni e contatti: beni di maggiore lusso rispetto al denaro. Iacolino avrebbe agito come un facilitatore, permettendo al boss Carmelo Vetro di sedere virtualmente ai tavoli dove si decidono le sorti della sanità e delle infrastrutture siciliane. Anche facilitando incontri con personalità istituzionali. In cambio di benefici tangibili per la propria carriera politica: dai finanziamenti per le campagne elettorali alle promesse di assunzioni lavorative. Da poter rispendere per creare fedeltà elettorale.

Le prospettive per la governance in Sicilia

La vicenda di Iacolino apre una riflessione profonda sul futuro della governance sull’Isola. Che fatica a trovare una classe dirigente capace di slegarsi dai condizionamenti ambientali. E, spesso, duale come la Sicilia stessa: dotata di immense risorse e competenze, ma costantemente frenata da un sistema di potere che preferisce la collusione alla trasparenza. Nel particolare, il destino del Policlinico di Messina e del dipartimento della Pianificazione strategica dipenderà ora dalla capacità delle istituzioni di superare le dichiarazioni di facciata e reagire con atti concreti. Che sottraggano la sanità siciliana dal ruolo di terreno di conquista per la criminalità o pedina di scambio nelle guerre tra partiti. La sfida per la legalità resta, insomma, più aperta che mai.


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