Mafia, il gruppo Placenti e l’idea della fuga in Romania Contatti con un impiegato del Comune di Misterbianco

«Se caschiamo latitanti ce ne andiamo in Romania. Imbarchiamo per fuori perché io ho le basi là». Carmelo Placenti nel 2012 forse sente puzza di bruciato attorno a sé e, senza sapere di essere intercettato, finisce al centro di un discorso sulla ricerca di alcune carte d’identità bianche. Documenti puliti ma rigorosamente timbrati così da non destare nessun sospetto durante i controlli in aeroporto. La possibilità di rendersi irreperibili però non riguarda in prima persona soltanto l’uomo nei giorni scorsi finito accusato di essere al vertice del gruppo mafioso dei Santapaola di Misterbianco. Perché ad avanzare la richiesta sarebbe stato il fratello Vincenzo, parlandone con Domenico Cavallaro, dipendente del Comune ma non indagato nell’inchiesta Revolution Bet 2. «Vuole due tessere bianche con il timbro ma non ne posso prendere perché sono chiuse nella cassaforte», racconta Cavallaro a Carmelo Placenti. I due, mentre le cimici dei carabinieri registrano, sono all’interno di una Fiat Bravo. 

Il dipendente propone una possibile alternativa che non sembra convincere il presunto boss: «Se vuole quelle usate, già scritte, gli leva la fotografia. Gliele posso dare». «Sì, ma il timbro, ci vuole il timbro – insiste Placenti – altrimenti non valgono un cazzo». I due uomini continuano a ragionare e poco dopo c’è forse una seconda strada per riuscire a ottenere le tessere pulite. Il piano viene proposto ancora una volta dal dipendente. Lo stesso che racconta di avere saputo dall’allora vicesindaco Carmelo Santapaola di un trasferimento di una sezione distaccata dell’ufficio anagrafe a Lineri. Frazione di Misterbianco trasformata in avamposto della famiglia mafiosa di Cosa nostra catanese. «Vi do le chiavi a voialtri e poi gli facciamo lo scasso», dice Cavallaro, come si legge nei documenti. Ma il suo interlocutore non transige e rimane fermo sulla posizione iniziale: «Poi vengono a denunciare – gli spiega – Ne dobbiamo uscire due pulite pulite». Alcuni mesi dopo questa intercettazione proprio Vincenzo Placenti, lo stesso che avrebbe chiesto le carte d’identità pulite, viene arrestato insieme ad altre tre persone. Accusati di essere i custodi di un arsenale che viene scovato all’interno di un casolare in contrada Passo Martino, nella periferia di Catania. 

«Se da lei viene qualcuno, io non lo so se è mafioso o non è mafioso. Io ho 60 anni e, grazie a dio, non ho mai avuto a che fare con la giustizia», risponde così a MeridioNews Domenico Cavallaro. Sui rapporti con i fratelli Placenti e i presunti contatti: «Io non sono stato contattato da queste persone, siamo vicini di casa e li conosco da bambini ma non ho mai avuto a che fare con loro né nel passato, né nel presente, né nel futuro. Comunque poi si vedrà questo discorso come va a finire». Come detto, infatti, l’impiegato comunale non è indagato. Ma quando parlava con i Placenti di «tessere bianche» a cosa faceva riferimento? «Io ho detto solo che non si possono fare. Non lo so se voi siete laureati – aggiunge – ma si sa che le carte d’identità sono immatricolate, sono nella cassaforte e io non appartengo all’anagrafe e una carta d’identità nuova viene registrata e ha un numero. Sono cose impossibili, non è mai successo in nessun Comune che escono una tessera nuova». Anche in merito all’idea dello scasso, Cavallaro nega: «Ma quale scasso? Come lo fanno uno scasso?». Dipendente comunale da poco meno di 30 anni, Cavallaro lo è ancora adesso. «Quando uno si sente bagnato, allora non risponde ma io non mi sento assolutamente bagnato. Credo siano problemi politici che stanno spostando perché vogliono le dimissioni del sindaco e se la stanno scuttando (prendendo, ndr) con chiunque. Oltretutto – conclude – a me non interessa nemmeno questo perché io sono un cinque stelle e lo sono sempre stato».

La tensione nell’ambiente criminale di Misterbianco ha raggiunto livelli notevoli nel 2011, per il pentimento di Antonio Scollo, ex soldato dei Santapaola proprio a Lineri. Successivamente anche il fratello Giuseppe – nominato reggente – decide di collaborare con i magistrati. Gli stessi a cui svela le dinamiche mafiose nel territorio di Misterbianco e il ruolo che avrebbe assunto il triumvirato dei fratelli Placenti durante la sua detenzione. La notizia del pentimento era nell’aria già mesi prima e in diverse conversazioni si parla dei contenuti dei verbali del fratello Antonio Scollo: «Sta parlando di un omicidio e ora incomincia con le rapine», racconta Carmelo Placenti a un suo uomo, spiegando di avere avuto la notizia da un avvocato etneo. Stesso spartito durante le discussioni con la moglie. La donna però non usa mezze misure e dice la sua su chi da mafioso passa dal lato dello Stato: «Lo devono ammazzare, questi sono maschi senza palle. Prendono il lenzuolo e si impiccano».

A Misterbianco alle dinamiche mafiose però, negli ultimi giorni, si affianca una situazione politica sempre più delicata. Dopo il coinvolgimento nell’inchiesta Revolution Bet 2 del vicesindaco dimissionario Carmelo Santapaola, da parte della Commissione parlamentare antimafia c’è la massima attenzione sul Comune etneo. Anche in virtù di quanto messo nero su bianco dal giudice per le indagini preliminari che ha evidenziato «una occupazione sistematica dell’istituzione comunale di Misterbianco volta ad avere un controllo pieno di appalti e assunzioni» da parte della cosca locale. Il sindaco Nino Di Guardo dal canto suo resta fermo sulla posizione iniziale. Parlando di «fatti privati» in relazione alle contestazioni fatte dai magistrati etnei al suo ex vicesindaco. Intanto, ieri il neo prefetto di Catania Claudio Sammartino, ha dichiarato che su Misterbianco «c‘è la massima attenzione da parte nostra, ci stiamo lavorando». 


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Al centro della vicenda c'è la ricerca di carte d'identità bianche. Il destinatario della richiesta da parte di uno dei tre fratelli è Domenico Cavallaro. «Non sono stato contattato da loro, siamo vicini di casa e li conosco da bambini», risponde a MeridioNews

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