Palermo, donna detenuta in carcere col figlio di un mese: «Infanzia costretta a luoghi inumani»

Abbiamo appreso dal garante dei detenuti del Comune di Palermo che nella casa circondariale Pagliarelli, una donna detenuta è in cella insieme al figlio neonato di un mese. «La banalità del male, cui ormai le coscienze si sono abituate, questa volta stride anche con il dettato normativo», denunciano Giorgio Bisagna e Francesco Leone, presidente e vicepresidente di Antigone Sicilia. «Anche con le modifiche imposte dal decreto Sicurezza – che ha reso facoltativo e non più obbligatorio il differimento della pena per le madri di bambini di età inferiore a un anno – lo stesso testo normativo ha comunque previsto che “l’esecuzione della pena non può essere differita se dal rinvio derivi una situazione di pericolo, di eccezionale rilevanza, di commissione di ulteriori delitti”». Il decreto legge prevede che nel caso in cui si tratti di neonati, «l’esecuzione deve comunque avere luogo in un istituto a custodia attenuata per detenute madri».

Un punto che, stando a quanto denunciano da Antigone sarebbe disatteso anche in questa nuova formulazione, più restrittiva, con riferimento alla madri detenute. In questo caso palermitano, infatti, «non è dato sapere – soiegano Bisagna e Leone – se ricorrano le situazioni di eccezionale rilevanza che rendevano necessaria la detenzione in carcere». Il dubbio riguarda anche il motivo per cui non sia stata disposta la detenzione presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam). «Anzi, forse questo punto è chiaro – sottolineano – perché non esistono Icam in Sicilia, e in tutta Italia ce ne sono solo quattro».

Una mancanza le cui conseguenze sono evidenti. «Abbiamo visto e, purtroppo, continueremo a vedere una infanzia costretta a vivere, dal primo vagito, nelle celle, in ambienti inadeguati, inumani e disumanizzanti, per la ormai acquisita banalità del male che in concreto, lede lo stesso dettato normativo pur ulteriormente restrittivo introdotto dal decreto Sicurezza del 2025», concludono da Antigone.


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