Liste Pd, Fausto Raciti anticipa addio alla segreteria Lupo va già oltre: «Avversari sono fuori dal partito»

«Per farla breve: sapete dove trovarmi». A scriverlo ieri mattina era stato Fausto Raciti, in un post su Facebook dedicato ai primi impegni della campagna elettorale per le Politiche del 4 marzo. Nella locandina è presentato come segretario regionale, nonostante stamani – nel corso di un’intervista al quotidiano La Sicilia – abbia annunciato l’intenzione di dimettersi. La scelta di lasciare la guida del partito in Sicilia, per quanto il mandato quadriennale sia già in scadenza, ha motivazioni chiare e rappresenta l’ennesimo scossone all’interno della compagine dem, quando manca poco più di un mese a una tornata elettorale che potrebbe riservare cocenti delusioni al centrosinistra a guida Matteo Renzi. Ed è proprio nel segno del dissenso verso le scelte fatte dal segretario nazionale e dal suo entourage che la scelta di Raciti va letta. L’ex giovane turco – pur non negando di trovarsi in una situazione non sfavorevole, con un secondo posto dietro Maria Elena Boschi nel listino bloccato del collegio Paterno-Ragusa-Avola-Siracusa per la Camera – ha criticato pesantemente la definizione delle liste, parlando di decisioni che snaturerebbero «l’identità del partito». La stessa che già, all’indomani della riunione fiume che ha portato alle rose di nomi da presentare agli elettori, era stata messa in discussione dalle minoranze. «Non ne condivido merito e metodo, non è un problema di bilanciamenti correntizi, ma di identità che si offre agli elettori», dice Raciti. 

Facile immaginare le figure nel mirino del segretario dimissionario. La storia recentissima del partito aiuta: dalle dinamiche che hanno preceduto e seguito le Regionali fino alle dispute per le Politiche. Con la presenza sempre più ingombrante della componente renziana, in Sicilia guidata dal sottosegretario Davide Faraone, e di chi nel giro di pochissimo tempo è passato da semplice cooptato a leader pressoché indiscusso del Pd regionale, come nel caso di Luca Sammartino. Il 5 marzo, quando il politico catanese potrebbe svegliarsi deputato nazionale, saranno esattamente due anni dal giorno in cui a Catania si suggellò il matrimonio tra il Partito democratico e Articolo 4, la formazione centrista creata da Lino Leanza. Una confluenza che già all’epoca aveva fatto discutere l’ala progressista del Pd, ma che in pochi avrebbero immaginato potesse condizionare il futuro dem in tale maniera.

E così, mentre i telefoni di Sammartino e Faraone squillano a vuoto, a commentare la presa di posizione di Raciti è chi ha già avuto modo di sottolineare la particolarità del momento. «Dopo quello che è avvenuto non mi pare ci potessero essere ulteriori indugi. È il segno di una crisi che qualcuno ha voluto portare avanti a tutti i costi», dichiara Antonello Cracolici. Per il deputato regionale ci sono pochi dubbi sul fatto che quest’ultima vicenda potràa avere soltanto riflessi negativi. «La campagna elettorale era già condizionata dallo stato di malessere che c’è dentro al Pd, le dimissioni sono l’atto finale. La mutazione genetica è in corso». Parole nette che fanno eco con quelle usate da Giuseppe Antoci: «Credo che Raciti abbia subito una delegittimazione del ruolo, questo bypassare il territorio per selezionare i candidati è la mortificazione della politica che ha sempre voluto avere il Pd». Il problema per Antoci sta nella mancanza di pluralità: «Non dare adeguata rappresentanza alle minoranze non fa parte del dna di questo partito, significa snaturarlo», conclude il presidente del parco dei Nebrodi.

Tra i dem siciliani c’è però anche chi prova a smarcarsi dalla necessità di dare un significato forte all’uscita di Raciti, invitando a pensare alla campagna elettorale. «Il nuovo congresso regionale andava indetto il giorno dopo le regionali. Il mandato di Raciti era già in scadenza, è meglio pensare alle Politiche. Fare polemiche oggi non serve a nulla, gli avversari sono fuori dal partito», chiosa Giuseppe Lupo, capogruppo Pd all’Ars. Fu lui, nel 2014, a contendere proprio a Raciti la guida di un partito che già allora faceva discutere, ma che a detta di molti era comunque una cosa diversa.


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