Libia, indagini su sequestro di Failla e Calcagno Ditta avrebbe potuto proteggere tecnici siciliani

Chiusa l’inchiesta della Procura di Roma sulle presunte responsabilità dei vertici della Bonatti sul sequestro dei quattro tecnici, avvenuto in Libia a luglio 2015. Tra loro anche il carlentinese Salvatore Failla, ucciso a febbraio 2016 insieme a Fausto Piano, e il piazzese Filippo Calcagno che riuscì a salvarsi così come il collega Gino Pollicardo

Secondo i magistrati, l’azienda, specializzata nel settore dei combustibili, avrebbe potuto garantire una maggiore sicurezza ai propri dipendenti. L’ipotesi degli inquirenti è che il sequestro si sarebbe potuto evitare. L’ipotesi di reato nei confronti dei componenti del consiglio d’amministrazione della Bonatti e del direttore in Libia Dennis Morson è di «cooperazione colposa nel delitto doloso». Secondo il pubblico ministero Sergio Colaiocco, la Bonatti non poteva non sapere dei rischi che i lavoratori avrebbero corso nel paese nordafricano, considerato, per esempio, che già da mesi l’ambasciata italiana era stata chiusa, con il ministero degli Esteri che aveva invitato le aziende presenti sul territorio ad aumentare i livelli di sicurezza. 

I tecnici furono bloccati sulla strada per Mellitah da un commando armato, mentre si stavano spostando in auto e senza scorta. Il viaggio via terra sarebbe stato pianificato da Morson, nonostante l’Eni avesse messo a disposizione una nave per trasferire i lavoratori via mare, evitando così i percorsi più pericolosi. Morson avrebbe optato, però, per l’auto per via della necessità di accelerare i lavori e perché la situazione in quel periodo gli era stata descritta come sicura. Così però non è stato, con i miliziani che fermarono l’auto dopo la città di Zuara. 

I legali dei componenti del cda, nelle scorse settimane, si sono difesi sottolineando che la gestione del personale sul posto spettava a Morson. Tuttavia, secondo l’accusa, nessuna delega ufficiale sarebbe stata fatta, ma soltanto una comunicazione informale.


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