L’app per tracciare i positivi e la questione privacy «Con bluetooth più tutele ma anche meno risultati»

«L’utilizzo di app specifiche può fornire un aiuto importante, ma è corretto anche ragionare sulla privacy». A parlare a MeridioNews è il professore ordinario di Informatica dell’università di Catania Sebastiano Battiato. Nel dibattito italiano sulle misure di contenimento dell’emergenza Covid-19 da alcuni giorni ha scalato le classifiche il tema del tracciamento dei movimenti di chi ha contratto il virus. La questione, non a caso, arriva in un momento in cui a più livelli – alcune Regioni più del governo centrale, a dire il vero – si ragiona sempre di più sull’avvio della cosiddetta seconda fase. Quella in cui si allenterà la stretta sulle libertà individuali e si autorizzeranno attività sociali, tenendo però fermo l’obiettivo di evitare che i contagi possano ripartire. O peggio, che possano nascere nuovi focolai.

«Rispetto ad altre nazioni, in Italia si è iniziato a valutare concretamente la possibilità di utilizzare app di contact tracing relativamente tardi», spiega Battiato. In tal senso, è di giovedì l’ordinanza con cui il commissario straordinario del governo nazionale Domenico Arcuri ha disposto la stipula del contratto per acquisire la concessione di Immuni. Un prodotto ideato dalla Bending Spoons, società milanese che ha vinto la selezione indetta dal governo nazionale dal 23 al 26 marzo. Tre giorni in cui sono pervenute 319 proposte. A prendere parte a quella che con un anglicismo è stata chiamata fast call for contribution è stato lo stesso Battiato. «Ho collaborato con un gruppo di ricercatori del Mit di Boston che hanno presentato un progetto che garantiva il tracciamento degli spostamenti attraverso una cifratura dei dati che avrebbe garantito il totale anonimato dei soggetti seguiti», commenta il docente.

Per capire le caratteristiche di Immuni bisognerà attendere probabilmente le sperimentazioni previste in alcune regioni. Contattata da MeridioNews, la società milanese ha preferito non rilasciare dichiarazioni. Nell’ordinanza firmata da Arcuri si specifica che quella dell’azienda è una proposta, con licenza d’uso aperta e gratuita «che offre il rispetto della privacy», probabilmente con un codice di identificazione utente. Quest’ultimo aspetto è uno di quelli che attirano un interesse trasversale e che, spesso, diventano terreno fertile per teorie che tracimano nel complottismo. Anche se non sono mancati gli scandali internazionali come il caso Cambridge Analytica e i condizionali delle campagne elettorali. «Quello della raccolta e dell’uso dei dati non è un tema da prendere sotto gamba, ma oggi – sottolinea Battiato – abbiamo sistemi capaci di garantire il raggiungimento di importanti risultati in termini di sicurezza».

Tra chi ha saputo cogliere in maniera repentina le opportunità offerte dalla tecnologia c’è sicuramente la Corea del Sud. «Nel paese asiatico, l’adozione dell’app è stato accompagnato da uno spirito collaborativo dei cittadini che hanno accettato di cedere un po’ di privacy in cambio della possibilità di continuare a fare pressoché la vita di sempre anche con l’epidemia in corso – prosegue il professore -. Certo c’è da dire che parliamo di una popolazione anche più evoluta a livello di competenze tecnologiche, ma i numeri ci dicono che lì l’aumento dei contagi è stato contenuto in poco tempo». 

Dai report dell’Organizzazione mondiale della sanità emerge come da inizio aprile in tutta la Corea del Sud – dove l’app è stata messa a disposizione a metà febbraio – non si è mai superato i cento casi giornalieri. «La tecnologia utilizzata consente sia di individuare la presenza di casi positivi nel raggio di cento metri che, nel caso di una diagnosi positiva, la ricostruzione esatta dei contatti avuti dal paziente», sottolinea Battiato. Risultati possibili utilizzando sia la geolocalizzazione (Gps) che la tecnologia bluetooth. «Manca ancora l’ufficialità, ma pare che in Italia si vada verso l’uso del bluetooth che richiede una cessione di dati ridotta – spiega il professore -. Al contempo la stessa potrebbe offrire soltanto il segnale di alert nel momento in cui ci si avvicini fisicamente a un soggetto positivo. E non la ricostruzione degli spostamenti compiuti prima della scoperta della positività. Fare delle scelte è inevitabile. Politiche legate alla gestione della sicurezza informatica, della privacy rispetto all’anonimizzazione e al trattamento dei dati personali – va avanti Battiato – rimangono senz’altro tematiche delicate su cui la comunità scientifica, se necessario, può dare un contributo significativo. Ci auspichiamo che in questo senso tali garanzie vengano sempre tenute in considerazione».

Per capire se Immuni avrà un’applicazione anche in Sicilia bisogna aspettare. Dal governo nazionale finora non sono arrivate prescrizioni precise nei confronti delle regioni. E alcune tra quest’ultime già nelle settimane scorse hanno agito in autonomia, con l’adozione di alcune soluzioni tecnologiche. Nell’isola la Regione ha lanciato Sicilia Si Cura e non è chiaro se valuterà la possibilità di implementare l’uso anche di Immuni. «Si tratta di un’app diversa – spiega Battiato parlando di Sicilia Si Cura – rivolta a chi è tornato nell’isola e che punta a raccogliere in maniera telematica le informazioni che si sarebbero ricavate con un questionario». Stando a quanto risulta a questa testata, nelle settimane scorse alla Regione Siciliana sarebbe stato proposta, da un ente straniero, la possibilità di collaborare con la sperimentazione di un’app di contact tracing ma il governo avrebbe declinato l’invito.


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