L’angelo senza spada – in ricordo di Luigi Tenco

È di recentissima data la notizia della riapertura della materia giudiziaria riguardante la morte di Luigi Tenco avvenuta il 27 Gennaio del 1967. A 38 anni di distanza da quel tragico evento il Procuratore della Repubblica Mariano Gagliano ha deciso di rimettere mano allo scottante fascicolo, considerando quelle di quarant’anni fa “indagini frettolose e fortemente incomplete” e che, “la riesumazione del corpo del cantautore genovese, non porterà probabilmente a clamorose verità, ma quanto meno farà luce in maniera definitiva sulla attendibilità o no del suo suicidio”.

 

Ma cosa avvenne la notte di quel 27 gennaio del1967?

Tutto ha inizio quando la giuria del Festival di San Remo boccia inesorabilmente il brano “Ciao amore ciao”, interpretato da un Luigi Tenco già brillo di qualche bicchiere di whiskey. L’esclusione dalla patinata kermesse sanremese lo depresse molto. Dopo la cattiva notizia il cantautore si rifugiò nella sua camera, la 219 dell’hotel Savoy, e non vi uscì più. A trovarlo sarà la compagna nonché partner artistica Dalida che, preoccupata dal suo stato psicologico, spinse la porta socchiusa della 219 e trovò Tenco disteso per terra, grondante sangue e con un buco in testa. Sul comodino una lettera che mai convinse al 100% chi conosceva bene Luigi:

 

 

“faccio questo non perché sia stanco della vita (tutt’altro), ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale…ciao, Luigi”

 

 

Un biglietto strano, improbabile. Tenco, malinconico poeta dell’indagine sociale, voce fuori dal coro dell’Italia del boom economico dei ‘60, esistenzialista nel suo percorso lirico, avrebbe deciso, seppur depresso dall’alcol e dai farmaci, di farla finita solo perché scartato da una manifestazione da lui più volte denigrata? Forse si potrebbe considerare il suo come atto finale di una delusione più ampia, dove una musica fatta di tormento artistico e con un percorso testuale “impegnato” finiva a quei tempi (e per carità anche oggi) per essere spesso accantonata in favore di una facile e di costume canzonetta d’amore.

La materia sarebbe ampia. Si potrebbe parlare dettagliatamente della notte del 27 Gennaio riportando le frasi di sgomento di chi visse quei momenti. Ci si potrebbe sbizzarrire sull’accostamento tra il suicidio di Tenco e quello dell’amata Dalida avvenuta 20 anni dopo. Si potrebbero rispolverare i grandi punti interrogativi che hanno gravitato per anni attorno al decesso del cantante: dai sei milioni di lire vinti da Tenco al Casinò di San Remo e mai ritrovati nella stanza, al foro sul cranio del cantante provocato dal proiettile di una calibro 22 e non della 27 Walter Ppk, pistola (di proprietà di Tenco), ritrovata nella 219. E ancora, ci si potrebbe interrogare sull’ambigua cancellazione, dall’archivio della Rai, dell’esibizione Ciao Amore Ciao in quella tragica edizione del Festival.

Ma Step1 preferisce schivare le dinamiche dell’inchiesta giudiziaria nuova e vecchia lanciandosi, piuttosto in un balzo all’indietro per ricordare chi fosse Luigi Tenco. La storia, la vita e le canzoni dell’artista capostipite dell’ondata cantautoriale che prese forma negli anni ’70.

 

 

Luigi Tenco nasce nella verde provincia di Alessandria nel 1938 per essere adottato in maniera forte dalla città di Genova già a partire dal 1948. La Città della Lanterna lo porta al contatto con i futuri cantautori della ispiratissima storia musicale italiana: da Gino Paoli a Fabrizio De Andrè.

Gia a cavallo degli anni ’50, quando le radio di casa nostra mandavano le voci dondolanti e la musica leggera dei vari Modugno e Villa, Luigi insieme agli altri ragazzacci del rione disorienta il pubblico dei locali genovesi con un jazz di derivazione americana e con i primi semi di rock ‘n roll piantati nelle terre anglosassoni. Sarà la musica “rotolante” che lo porterà presto in contatto con le indiavolate ed ironiche prestazioni di quel clan milanese, a metà tra canzone e teatro, capeggiato da Celentano e impreziosito da Gaber, Iannacci e Reverberi.

È il 1959 l’anno chiave per la carriera di Tenco: l’amico Reverberi trascina Luigi alla Ricordi Records con il ruolo di sassofonista, per poi inaugurare assieme le sue primissime uscite discografiche da solista.

 

Gli anni ’60 irrompono nella scena senza bussare, poi.

Il boom, il miracolo economico, una fiducia incondizionata verso il futuro, la nascita del consumismo e lo squilibrio di classe sintomo di un solo parziale superamento dello scricchiolante dopoguerra, sono le caratteristiche di una nuova società che non guarda più indietro e che corre in avanti bendata, però, dal benpensare e dalla censura programmatica di clero e DC.

Luigi rimane un pesce fuor d’acqua. Questo nuovo contenitore lo inquieta. E mentre le discoteche, le sale da ballo e le radio si infiammano dei brani più zuccherati e pettinati degli ultimi interpreti di moda (Morandi, Pavone, Vianello) e, ovviamente, di quell’appuntamento nazional popolare che è il Festival di San Remo, Tenco, con un occhio agli Chansonnier francesi (Brassens, Brel) ed uno ai cantori di protesta americani (Bob Dylan), “inaugura” la stagione di quel cantautorato italiano che poi rafforzerà la sua dignità grazie a De Andrè, De Gregori, Guccini ecc. negli anni seguenti alla sua morte.

 

Così nel 1962 Luigi Tenco scrive nel testo di “Cara Maestra”:

                                       

Cara maestra/ un giorno mi insegnavi/ che a questo mondo noi/ noi siamo tutti uguali/ ma quando entrava in classe il direttore/ tu ci facevi alzare tutti in piedi/ e quando entrava in classe il bidello/ ci permettevi di restar seduti

 

Mio buon curato/ dicevi che la chiesa è la casa dei poveri/ della povera gente/ però hai rivestito la tua chiesa/ di tende d’oro e marmi colorati/ come può adesso un povero che entra/ sentirsi come fosse a casa sua?

 

Egregio sindaco/ mi hanno detto che un giorno tu gridavi alla gente: “Vincere o morire”/ ora vorrei sapere come mai/ vinto non hai/ eppure non sei morto e al posto tuo/ è morta tanta gente/ che non voleva né vincere né morire

 

 

Tenco è un poeta del suo tempo e di questo tempo presenta una realistica quanto indignata descrizione. Le sue liriche scavano a fondo sbarazzandosi di una superficie di perbenismo neoborghese che non gli interessa. Sarà proprio a causa dell’attacco incrociato che “Cara Maestra” porterà contro borghesi, preti e politici che Tenco verrà silurato dagli schermi televisivi Rai (la canzone fu bocciata dalla commissione d’ascolto) per anni e precisamente fino al 1964.

 

Nell’Ottobre del ’64 fra le altre apparizioni, partecipa in qualità di ospite a “Questo e Quello”: un popolare programma a talk show condotto dall’amico Gaber. Da quel momento in poi la sinergia con la televisione divenne sempre più assidua. Gli è spesso affidato un intermezzo musicale acustico per dettare i tempi delle trasmissioni e le sue canzoni si trovano frequentemente a commentare le sigle di shows e serie tv. Ma la sua più importante apparizione fu senzaltro per l’ “Incontro con Luigi Tenco” del Novembre del ’66. Un Luigi a ruota libera parlerà di politica, di costume (i primi capelloni), di nuove tendenze musicali.

 

Lo stesso Novembre al “beat 72” di Roma Luigi Tenco si trova a pararsi dagli attacchi dei giovani intervenuti alla trasmissione, sull’argomento “La canzone di protesta”. La guerra in Vietnam è scoppiata da 3 anni, il servizio militare è obbligatorio in Italia e l’obiezione di coscienza è considerata un reato perseguibile. Alle critiche che vertono sulla presunta ipocrisia dei cantanti impegnati, Tenco risponderà parlando di Dylan e del coraggio che aveva nel fare la sua musica, sottolineando quanto fosse saggio guardare al domani e non esclusivamente all’oggi, dell’assurdità del dover per forza andare a morire soldato in guerre inutili e dell’importanza del fare della musica che non parli solo di fiorellini.

Nella sua carriera, così, furono svariate le liriche di sfondo politico-sociale. Il suo stile irriverente, ironico, ma, a tratti, anche fortemente amaro, colora dei testi che a quei tempi furono considerati come quelli di un ragazzo irrispettoso, rompiscatole e non per bene. Il ’68 ancora non era arrivato…

La polemica antibellica di “E se ci diranno” e “Io vorrei essere là”, la sarcastica presa in giro dei chiacchieroni da spettacolo di “Io sono uno”, l’inno alle libertà d’espressione di “Ognuno è libero”, la irridente puntata contro la mediocrità borghese di “Come tanti altri” e “Ma dove vai” sono tra le sfide più appassionanti della sua discografia. Il tutto commentato con una voce camaleontica nella sua capacità di variare da gracchiata a dolce, da isterica a calda.

 

Ma come tutti i poeti è l’anima malinconica, delusa, inquieta quella che spesso prevale nelle sue canzoni. Il pubblico non lo comprende e non saranno rari violenti screzi durante le esibizioni. La vita di Tenco è disordinata come la sua vita sentimentale. Alle lettere inviate ad una misteriosa Valeria alla storia d’amore (sempre piuttosto nascosta) con la famosa cantante francese Dalida fino ad arrivare alla rottura con Paoli per l’allora giovanissima Stefania Sandrelli.

 

Poi tutti i racconti portano di nuovo alla chiusura di quel cerchio in data Gennaio del ’67. Il festival, le manovre, il “ripescaggio”, la bocciatura e il suicidio. O forse no, forse ci fu qualcos’ altro, forse tante altre verità e rivelazioni che però, a 38 anni dalla scomparsa del cantante, francamente non interessano più.

 


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