La donna immigrata a Catania

“La donna è colei che porta la vita” questa è stata la frase ricorrente alla conferenza “La donna immigrata a Catania”, tenutasi  all’Auditorium dell’ex Monastero dei Benedettini.
Nel giorno della festa della donna, quando il consumismo cerca di accaparrarsi l’attenzione dei più, si è cercato di parlare nuovamente di lotta, lotta delle donne immigrate.
Il femminismo -fenomeno soprattutto occidentale- oggi cerca di affermarsi anche nell’altro lato del mondo, l’Oriente. “L’altro universo femminile” comincia a prendere coscienza in maniera sempre più forte dei propri diritti. Diritti che oggi, nel 2006, dovrebbero essere ormai entrati nella quotidianità. Presenza femminile pressochè nulla tra le file delle maggiori istituzioni governative e sottoretribuzione sono ancora problemi attuali che si mescola a quei diritti fantasma delle donne immigrate.

L’immigrazione femminile è un fenomeno relativamente nuovo, che porta con sé problematiche e bagagli culturali diversi. Nel corso dei secoli questo fenomeno è cresciuto sempre di più fino a raggiungere la soglia dell’immigrazione maschile. Paesi di provenienza per lo più Mauritius, Sri Lanka, Cina, Pesi dell’America centro meridionale e Magreb. In forte aumento  è l’emigrazione di donne dai paesi dell’est Europa, a seguito della caduta del muro di Berlino.
 
La loro decisione di emigrare porta con sé molte responsabilità. Si scardinano in maniera traumatica dei codici culturali che da sempre vedono la donna come quell’essere immobile portatore dei valori basilari su cui si fonda la famiglia.
Nadia Hamlaoui , tunisina, dopo l’arrivo in Sicilia per raggiungere il marito emigrato precedentemente, ci racconta uno dei problemi più spinosi che una donna immigrata deve affrontare; la maternità. Mettere al mondo dei figli in un paese straniero significa scegliere un destino culturale ed etnico a priori. Molte le domande che una madre straniera si pone. Quale sarà la sua lingua? Come potrà comunicare con i  parenti rimasti nel paese d’origine? Quale sarà il loro rapporto con la loro terra d’origine ma non di nascita?

Scelte coraggiose, cariche di speranze che toccano diversi aspetti dell’essere donna.
La voglia e l’esigenza di ricreare un tessuto sociale migliore di quello dai cui si fuggiti, le porta ad accettare ogni tipo di lavoro. Così donne laureate si ritrovano nel paese straniero a dover ricominciare dalle elementari, dividendosi tra scuola, famiglia e lavori precari. Tante le donne che cadono nella rete dello sfruttamento e della prostituzione, altre accettano i lavori che noi “donne occidentali” non siamo più in grado di svolgere. In molte dicono: “Sopperiamo alle mancanze dello stato, aiutando delle donne come noi che non hanno riconosciuti diritti basilari come asili nido o assistenza per gli anziani”. Donna delle pulizie, badante, babysitter o venditrice ambulante, partendo dal basso, inizia la loro opera di integrazione culturale. Passo dopo passo si può cominciare a far conoscere la propria cultura e a rendersi “meno stranieri” agli occhi dei molti. Saurina Gomez Villega (Venezuela), Julia Lisitza (Russia) e Wivine Tomo Mpinimpu (Congo) sono diventate  un punto cardine di associazioni interculturali che si occupano di rapporti con gli immigrati.
Mediatrici culturali che aprono le porte alle loro tradizioni e consentono uno scambio contino con la cultura del posto. In ogni loro singola parola possiamo ritrovare quella stessa forza e quello stesso coraggio che le ha spinte a paritire o a fuggire.

In poche, pur sentendone la mancanza, desiderano tornare nella propria terra. Adesso hanno un ruolo fondamentale nella loro nuova terra, sono la finestra aperta sull’integrazione, la cultura e la conoscenza.


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