Il sistema delle aste giudiziarie all’ombra dei Laudani  «Se dai a noi i soldi, ti porti a casa quello che vuoi»

Aste immobiliari deserte, sceneggiate per allontanare i concorrenti e minacce per fare desistere chi voleva comunque presentare l’offerta. Le carte dell’inchiesta Report, che a fine 2020 ha coinvolto 37 persone, tra cui anche il deputato regionale Luca Sammartino, contengono la ricostruzione di quello che molti collaboratori di giustizia definiscono il «sistema delle aste». Un meccanismo, quello delle aste immobiliari, attraverso cui i clan etnei sarebbero in grado di riappropriarsi di beni già confiscati alla mafia o di aggiudicarsene di nuovi. E che, già in passato, è balzato agli onori delle cronache con le operazioni Brotherood e Vicerè

Tra chi ne parla c’è Giuseppe Laudani, collaboratore di giustizia ma in passato a capo dell’omonimo clan, con l’investitura ricevuta giovanissimo dal nonno e patriarca mafioso Sebastiano. «Ogni gruppo malavitoso ha una persona che si occupa delle aste – spiega Laudani ai pm -, per noi c’era Giuseppe». Il riferimento è a Pippo Vecchia, meglio noto con l’appellativo di Pippo dell’asta. «Perché dell’asta?», chiedono gli investigatori. «Perché si occupa delle aste giudiziarie nella nostra famiglia – risponde Laudani – Per i Santapaola invece c’erano i suoi cugini, entrambi di Zafferana». Ovvero i fratelli gemelli Dante e Adamo Tiezzi. Finiti nell’indagine con l’accusa di turbativa d’asta, i due si occuperebbero degli affari per conto della famiglia Santapaola-Ercolano.

Sulla scorta di un patto tra clan che dispone – ricostruiscono gli inquirenti – «una rotazione per l’equa spartizione degli affari», si procederebbe «a stabilire se ci sia realmente l’interesse del clan di appropriarsi del bene oggetto d’asta o, al contrario, ci si interessi solo per speculare, estorcendo denaro ai diretti interessati». Nel primo caso intimidendo i concorrenti facendoli desistere dalla partecipazione, nel secondo organizzando una «sceneggiata» che avrebbe permesso di non fare lievitare il prezzo dell’asta e di ottenere un corrispettivo in denaro dipendente dal valore dell’immobile. «Ed è qui che subentra la speculazione e si fa un accordo di pax», racconta Laudani ai pm. Per i magistrati si tratta di vere estorsioni. «L’immobile vale 80mila euro – esemplifica Laudani -, prendi e ci dai 30mila euro e noi ti facciamo vincere per quella cifra, senza asta». Intendendo che i sodali del clan e gli altri potenziali acquirenti non parteciperanno alla gara. «Noi ci tiriamo fuori, allontaniamo pure le persone comuni, tu ci dai i soldi e ti porti a casa quello che vuoi – conclude Laudani -, e siamo tutti felici e contenti». 

Questione diversa nel caso in cui il bene oggetto dell’asta è stato confiscato a una famiglia che intende riappropriarsene. «Allora nessuno interviene – spiega Laudani – Si può acquistare il bene dalla persona indicata e dal prestanome». Per chi non fa parte della messinscena, però, si procede con le intimidazioni «perché soprattutto il prezzo si deve tenere basso». Così avviene, per esempio, nella procedura esecutiva riguardante la vendita di un villino a San Giovanni La Punta: le tre aste indette per l’assegnazione vanno deserte. In questo caso il fratello di colei che fu proprietaria del bene all’asta, nonché meccanico di fiducia di Dante Tiezzi, si sarebbe rivolto a quest’ultimo per evitare che il bene passasse nelle mani di un altro aggiudicatario. Tiezzi, insieme al fratello Adamo, avrebbero avuto il compito di presidiare l’ingresso dello studio legale che aveva in carico la gestione della procedura esecutiva, con appostamenti programmati per intercettare chi intendesse formalizzare la propria offerta. 

Protagonisti diversi, ma stesse dinamiche, invece, per l’assegnazione dell’ex cereria dei fratelli Gambino. Uno dei due fratelli (Fabio, indagato), un tempo titolari dello storico punto di riferimento per le celebrazioni di Sant’Agata, si sarebbe rivolto a Rino Messina (braccio destro del boss Orazio Scuto) e a Francesco Paolillo, incaricandoli di turbare la procedura di vendita immobiliare. Prima di tutto togliendo di mezzo i concorrenti. E in questa occasione Messina avrebbe giocato un ruolo fondamentale, intercettando i soggetti interessati e intimandoli a desistere. Al punto da spingere qualcuno a disertare l’asta giustificando l’assenza con un’improvvisa «perdita di coscienza», sebbene avesse presentato l’offerta appena il giorno prima. A Messina, però, quel giorno sfugge qualcosa e un altro interessato si aggiudica l’immobile in via provvisoria. E questo basta per convincere l’alter ego del boss a passare ai metodi tradizionali. «Con tono arrogante e minaccioso – racconta agli inquirenti l’aggiudicatario in via provvisoria – mi disse che avevo sbagliato a partecipare all’asta, perché il mio intervento aveva scombinato i progetti e gli aveva dato fastidio». Poco dopo Paolillo, in qualità di prestanome di Gambino, presenta un’offerta in aumento di un quinto, consentendo così la riapertura della gara e aggiudicandosi in via definitiva la cereria per circa 28mila euro. 


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