Il parere che si oppone al gasdotto tra Malta e Gela «In mare riscontrata presenza di uranio impoverito»

«Valutato il cumulo degli impatti si ritiene che il progetto debba tenere in considerazione altri tracciati». Nei giorni in cui il conflitto russo-ucraino ha riportato al centro dell’attenzione il tema degli approvvigionamenti di gas in Europa e con le polemiche legate al piano nazionale delle trivellazioni per nulla sedate, non è difficile immaginare che il parere emesso nei giorni scorsi dalla riserva del Biviere di Gela farà discutere quanti si chiedono quale siano i costi ambientali da sostenere in un momento che, tanto dal punto di vista geopolitico che energetico, è tra più i delicati del recente passato. 

Nel mirino è finito il gasdotto che dovrebbe collegare Malta alla Sicilia, approdando appunto a Gela. Il progetto, annunciato nella primavera di quattro anni fa, è finanziato dall’Unione europea per un valore di diverse centinaia di milioni di euro, nasce dall’esigenza di agevolare i rifornimenti di gas nell’isola dei cavalieri. Infatti, anche se è previsto che l’infrastruttura sia bidirezionale, in una prima fase il gasdotto funzionerà in direzione nord-sud. Ma nella valutazione degli impatti ambientali nell’area di Gela questo è solo un dettaglio: sin dal momento della presentazione dell’iniziativa – erano i tempi di Rosario Crocetta presidente e di Domenico Messinese sindaco – a preoccupare sono stati i riflessi sul territorio. Nella consapevolezza che l’area gelese per decenni è stata al centro di una pressione industriale i cui effetti sono ancora attuali.

Le conferme a quelli che dal primo momento erano parsi qualcosa in più di semplici sospetti è arrivata da un documento di una sessantina di pagine inviato al ministero per la Transizione ecologica dal gestore della riserva del Biviere, per conto dell’assessorato all’Ambiente. È infatti a Roma che la procedura è incardinata. Il parere, di cui MeridioNews ha preso visione, sottolinea a più riprese come la piana e parte del golfo di Gela rientrino all’interno della rete Natura 2000, ovvero i siti tutelati dall’Unione europea per la loro importanza ambientale. Non si tratta, in altre parole, soltanto della riserva ma di una porzione di territorio ben più vasta che, nonostante sia stata fortemente provata dal punto di vista dell’inquinamento, continua ad avere un’importanza fondamentale per la conservazione degli habitat. Il gasdotto, stando ai documenti progettuali, attraverserebbe parte delle aree tutelate. 

I rilievi, però, non finiscono qui. Anzi, la parte più interessante è legata allo stato dei fondali. A chiedere uno studio approfondito degli ecosistemi marini era stata, a gennaio dello scorso anno, proprio la Regione. Dai dati forniti dai proponenti emergerebbe una situazione non rosea. «Nelle stazioni di campionamento prossime all’approdo di Gela – si legge nel documento – le concentrazioni dei composti radioattivi sono risultate essere sempre inferiori ai limiti di rilevabilità, a esclusione dell’Uranio 238 e del Torio 234». Il primo è quello più comunemente conosciuto come uranio impoverito, da cui discende il secondo. Si tratta in entrambi i casi di elementi che potrebbero essere pericolosi per la salute. «L’Ispra – prosegue il verbale – nell’ambito delle discariche con presenza di radionuclidi naturali cita il sito di Gela tra quelli italiani più problematici per volumi e per il fatto che per anni sono stati dispersi in mare». Il riferimento va all’ex discarica di fosfogessi, oggi messa in sicurezza ma i cui effetti sarebbero ancora presenti nelle acque antistanti la città. 

Gli studi ecologici confluiti nella valutazione dicono anche che in tutti i campioni di pesce analizzati sono state trovati metilmercurio e arsenico «in concentrazioni apprezzabili», mentre nei crostacei e nelle fanerogame marine (un vegetale, ndr) sono stati individuati anche cadmio e piombo. All’interno del parere ambientale viene ricordato anche come a metà anni Novanta il governo nazionale approvò un piano di risanamento per i territori di Gela, Butera e Niscemi con l’obiettivo di arginare l’inquinamento e tutelare le risorse naturali, anche riqualificando le politiche di sviluppo. «Dal 1995 a oggi diversi programmi economici hanno avuto un impatto non indifferente, tanto da contrapporsi agli obiettivo dello stesso piano di risanamento», viene rimarcato nel documento. E tra i progetti responsabili di continuare a cumulare effetti sull’ambiente viene elencato anche il protocollo d’intesa siglato fra gli altri da Mise, Regione, Comune di Gela, Eni, Versalis, Syndial, sindacati e Confindustria, nonché i progetti di perforazione e completamento dei pozzi nei campi Argo e Cassiopea.

Ma basteranno queste considerazioni a stravolgere i piani dei governi italiani e maltese? Difficile dirlo. Il parere, nonostante confluisca all’interno del più ampio iter di valutazioni aperto al ministero, non è vincolante. E a ciò si aggiunge il fatto che il tracciato che approda a Gela è stato ritenuto quello più percorribile. «Scelto su criteri economici, pratici, mettendo in secondo piano il cumulo degli impatti complessivo sui siti di rete Natura 2000 e gli obiettivi di conservazione dei piani di gestione», viene specificato nel documento. Lo stesso ente, a conclusione del parere, specifica che «nel caso non possa essere percorribile un’altra delle ipotesi di tracciato, come individuato e valutato nel progetto, si ritiene necessario bilanciare con importanti azioni di restauro ambientale». Misure di compensazione che dovranno riguardare gli habitat e la loro difesa. Ne vengono elencate alcune possibili: si va dalla rimozione del pennello a mare in prossimità dell’approdo a terra del gasdotto a uno studio sull’erosione costiera nel golfo di Gela, fino al restauro ambientale delle zone umide scelte da tante specie di uccelli per nidificare ma nelle cui vicinanze insistono tante serre, responsabili a loro volta di inquinamento per via dei roghi delle plastiche al punto da aver fatto parlare di terra dei fuochi. Quest’ultimo progetto «dovrà essere dichiarato d’interesse pubblico e comprendere gli espropri delle aree che dovranno essere destinate a uso esclusivo ambientale e di fruizione pubblica».


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