Il dibattito sul referendum costituzionale a palazzo delle Aquile Orlando: «Un modo per approfondire le ragioni delle due tesi»

Il referendum costituzionale di ottobre, le possibili conseguenze sulle regioni autonome che dovranno revisionare i propri statuti, la rappresentanza della Sicilia nel futuro Senato che conterà sette esponenti dell’Isola, fra cui un sindaco, scelti dall’Ars: questi i temi su cui si è tenuta la tavola rotonda organizzata dall’Asael, l’Associazione siciliana amministratori enti locali, e dalla Presidenza del Consiglio comunale di Palermo.

Oltre al presidente del Consiglio Salvatore Orlando e al presidente dell’Asael Matteo Cocchiara, si sono confrontati il deputato regionale Nello Musumeci e il professor Andrea Piraino, Ordinario di diritto pubblico all’Università di Palermo, sostenitori delle tesi del no, con la deputata nazionale Teresa Piccione, sostenitrice delle tesi del , con la moderazione del giornalista di Live Sicilia Salvo Cataldo.

«Un modo per approfondire le ragioni delle due tesi – dice Orlando – finora il dibattito non è entrato nel merito delle questioni, anche a causa di una eccessiva personalizzazione del referendum. Con questo referendum si deciderà l’assetto istituzionale del Paese e bisogna decidere con coscienza». La riforma costituzionale prevede una revisione degli statuti regionali delle regioni autonome, fra cui la Sicilia, e il nuovo Senato in cui l’Isola sarà rappresentata da un sindaco e sei deputati regionali eletti dall’Ars, almeno in fase di prima applicazione. «Questa riforma costituzionale – spiega Cocchiara – può rappresentare per la Sicilia un’ultima occasione per mettere mano ad una scelta definitiva tra una specialità tanto solo annunciata da anni e poco realizzata ed un neo-centralismo che lo Stato vuole ormai dichiaratamente realizzare in virtù di dichiarati interessi supremi»

Il nuovo Senato sarà composto da 95 componenti rappresentativi delle istituzioni territoriali di cui 21 sindaci, uno per ciascuno dei Consigli regionali, e 74 Consiglieri regionali (ogni regione non può averne meno di due). La riforma prevede un primo regime transitorio in attesa che con una apposita legge approvata dai due rami del Parlamento regoli le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri ed i sindaci. I consiglieri regionali voteranno i propri rappresentanti sulla base di liste formate da consiglieri regionali e da sindaci dei rispettivi territori.

«Non si può legittimare un processo di riforma solo partendo dalla riduzione della spesa – aggiunge Musumeci – c’è un attacco al principio della rappresentanza diretta. L’annullamento dello Statuto speciale siciliano è un processo già in atto, come dimostra la vicenda dei 500 milioni di euro da Roma. Se vince il no il problema non è mandare a casa Renzi, il primo obiettivo è aprire un ampio confronto nel Paese perché una riforma costituzionale non si faccia con la logica della minoranza e della maggioranza».

«Il tema è l’abolizione del bicameralismo perfetto – argomenta Teresa Piccione – La riforma prevede che la fiducia spetti solo alla Camera, mentre la seconda, che manterrà il nome di Senato, rappresenterà i territori e rimarrà cruciale perché avrà anche la facoltà di richiamare i provvedimenti della Camera occupandosi delle minoranze linguistiche, delle politiche territoriali, dei trattati internazionali, dei rapporti con l’Unione europea. La riforma nasce per consentire tempi più brevi nell’approvazione delle leggi e rendere più efficiente il Paese. Abbiamo tolto in prima lettura al Senato l’articolo che aboliva gli statuti speciali, sostituendo l’adeguamento con la revisione, ma bisogna chiarire i compiti di Stato e regioni eliminando la materia concorrente».

Il professor Piraino, che voterà no «perché questa riforma capovolge il principio fondamentale sul quale era nata la costituzione nel 1948 e cioè l’autonomia delle comunità di base», ha proposto l’istituzione «di un’assemblea costituente eletta con sistema proporzionale che in un anno ci consegni la nuova carta costituzionale, lasciando alla politica governare il Paese».


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