I tempi del cinema e della politica sono diversi

(…) Mi stupisce che molte persone si aspettassero da me un film di propaganda. Alcuni temevano questa scelta, altri addirittura se l’auguravano. Ma io ho fatto tanti film diversi, fino ad ora, non mi interessano questo tipo di operazioni. C’è un clima troppo sovraeccitato rispetto a questo film, non mi aspettavo così tanto. Spero che le persone vadano al cinema per vedere un film, un mio film, interpretato da attori e attrici bravissimi.

Nel film lei dice che Berlusconi ha già vinto perché ha cambiato per sempre l’Italia, le nostre teste.
Il personaggio che da titolo al mio film alla fine lascia dietro di sé macerie. Queste macerie sono culturali, politiche, istituzionali, costituzionali, etiche, psicologiche anche. Vent’anni fa, trent’anni fa un elettore comunista e un elettore democristiano comunicavano, sentivano di avere alle loro spalle un patrimonio comune. Volendo una volta tanto essere schematici da dodici anni questo Paese è spezzato in due. Io stesso quando, non con un film, ma con la mia persona, abbandonando il mio lavoro quattro anni fa ho fatto politica per un breve periodo, con gli amici dei movimenti, dei girotondi mi sono rivolto all’elettorato di centro destra, senza nessuna espressione di superiorità  o razzismo del tipo: “Mi rivolgo agli elettori perbene di centro destra”, no. Noi ci rivolgevamo, quando facevamo manifestazioni per una giustizia uguale per tutti, contro il monopolio televisivo, per la scuola pubblica, per la sanità, a tutti i cittadini. In altri Paesi c’è una patrimonio comune di valori che fonda quel Paese, quella democrazia, quella repubblica. E dopo ci si divide, sulle linee politiche: la destra, la sinistra, il centro, i progressisti, i conservatori. In Italia sembra che da molti anni non ci sia più un patrimonio comune di valori. (…)

Perché allora ha deciso di uscire a ridosso delle elezioni?
Ho deciso la data un anno fa, iniziando ad attirarmi insulti. Insulti ai quali non rispondo, un po’ come Totò, quando lo picchiano chiamandolo Pasquale e lui dice: “Che m’importa: mica sono Pasquale, io”. Ecco, ogni tanto mi dico: “Mica sono Moretti, io”. Non replico, se uno vuole insultare che insulti.

Torniamo all’uscita del film
In questo periodo tante volte sembrava che stessimo andando alle elezioni anticipate, mica facevo uscire il film prima, lo stavo girando. Mi sembrava incredibile dover cambiare la data di uscita perché ci sono le elezioni, in questo Paese ci sono elezioni ogni anno: politiche, europee, regionali, comunali, e poi le politiche di 5 anni prima. Allora uscì “La stanza del figlio”, avevo voglia di raccontare quella storia, quel dolore, quel personaggio di psicanalista. Oggi ho voglia di raccontare questa. I tempi del cinema, non voglio dire del’arte, sono diversi. (…)

Il senatore di Forza Italia Paolo Guzzanti dice che il suo film tratteggia un’Italia coloniale e bananiera che piacerà all’estero.
Mi sembra che nel film ci sia l’Italia com’è. Io ho cercato di pulire gli specchi, che erano un po’ appannati e non riuscivamo più a vederci. Il nostro problema è l’assuefazione, ci siamo abituati a cose incredibili. Io ricordo che per la quarta volta in dodici anni noi stiamo andando a delle elezioni con un candidato premier che ha tre reti televisive. Questo, in un altro Paese, democratico è impensabile. Come se un atleta nei cento metri piani prendesse il proprio blocchetto di partenza, quello dove si mettono i piedi per darsi lo slancio, e se lo mette venti metri più avanti e fa ottanta metri invece di farne cento. Ecco, nel ’94 Berlusconi vinse le elezioni e disse che avrebbe risolto questo problema. Siamo qui dodici anni dopo a parlare della stessa situazione impensabile in Germania, in Francia, in Spagna, non solo per un politico ma anche per un privato cittadino. (…)

[Da “La Repubblica” del 25/3/2006]


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