I cugini di Palerma e il sesso degli arancini Un complesso di inferiorità culinaria

C’è un modo diverso di sentirsi siciliani: sostanzialmente, un modo di essere diversamente siciliani.

Non molto lontano da Catania, ad esempio, c’è una città con una forte tendenza a femminilizzare il mondo che li circonda. É per questo, probabilmente, che i cugini di Palerma amano giocare a calcio vestiti con una maglia di color rosella, il colore preferito da Cristiano Malgioglio. Con una sostituzione primitiva della O finale con una più discutibile A, i cugini di Palerma hanno riaperto la questione, in verità da tempo ormai archiviata alle nostre latitudini, relativa al sesso degli arancini, femminilizzando così anche ciò che femmina non può essere: l’arancino.

Dopo un interessante intercedere argomentativo, che passa ironicamente in rassegna le abitudini culinarie catanesi, un articolo apparso nel blog Dipalermo.it è giunto alla amara conclusione che l’arancino si chiamerebbe in realtà arancina, il suo nome derivando dall’arancia, dalla quale mutuerebbe persino la forma sferica in luogo di quella a cono, a noi conosciuta.

Ho una certa riluttanza epidermica ad accettare insegnamenti etimologici e linguistici da chi, complice verosimilmente una difficoltà a livello mandibolare, non è in grado di dire «apri la porta» o «mangiati un cornetto» e, anche se lo chiudi dentro una stanza al buio e gli dici di ripeterlo, è sempre lì ossessivamente a dire «rapi la poitta, manciti il coinnetto».
Ho ancora più difficoltà ad accettare insegnamenti culinari da chi, prima ti prende in giro perché a Catania mangiamo la cartocciata, e poi si ferma per strada a comprare pane ca’meusa. Ecco, a Catania, giusto per capirci, la meusa è una donna dei quartieri, insomma una mammoriana, i cugini di Palerma, invece, la meusa se la mettono in una vastella imbottita anche con polmone di vitello, il tutto prima bollito e poi soffritto nella sugna, con olio motore dell’Iveco. I cugini di Palerma sono fatti così, hanno un inceneritore nello stomaco, ma non digeriscono la nostra cartocciata.

Con queste dovute premesse, senza pretese di superiorità linguistiche e culinarie, vorrei tornare, spero per l’ultima volta, sulla questione del sesso degli arancini e della loro forma. E’ una questione che credevamo fosse ormai risolta da anni, tanto che a Catania il dibattito si è spostato in avanti, concentrandosi sull’annoso problema, ad oggi irrisolto, se l’arancino vada impugnato dalla base o dalla punta.

I cugini di Palerma sono rimasti invece indietro e, anziché guardare in avanti, si guardano le dita dei piedi. Si sostiene con forza che la parola arancina deriverebbe dall’italiano «arancia» e, dunque, la declinazione più corretta sarebbe al femminile. Il ceppo etnico a cui appartengono i cugini di Palerma, quello che chiama arancina l’arancino, discende con molta probabilità dagli austriaci di Salisburgo. Li riconoscete facilmente per strada, perché sono tutti biondi come gli Abba e guidano il «motore». E’ gente aristocratica, che mangia le arancine nei salotti e li tiene in mano con i guanti, per non insivarsi le mani, che poi le dita scivolano nell’iphone. E’ gente che incontra altra gente per la strada e l’insulta con un «sei una arancina con i piedi».

In realtà, la questione è semplice, la parola arancino è l’italianizzazione del siciliano arancinu, che deriva a sua volta da aranciu. In siciliano, infatti, il frutto si declina al maschile. Queste cose di solito si sanno. Nel dizionario siciliano-italiano del palermitano Giuseppe Biundi, del 1857, si legge infatti solo il lemma arancinu. Nel dizionario della lingua italiana della Treccani, ancora, non esiste la voce arancina, ma solo arancino. Persino Camilleri ha scritto Gli arancini di Montalbano.

Gli arancini hanno la forma di un cono per tradizione. A Palerma, li fanno a forma di arancia solo per distinguersi. E’ un complesso di inferiorità culinaria. Se noi li facessimo a forma di arancia, loro li farebbero più grandi, a forma di cantalupo e li prenderebbero in mano sentendosi Dini Zoff. Tralascio, infine, la questione sulle origini, perché ci muoviamo fuori dal campo della realtà. I cugini di Palerma sostengono, infatti, che l’arancino lo hanno inventato loro. Ma sono fatti così a Palerma. Tutto passa da loro. Gli metti una matita in mano e ti dicono che la Gioconda era della Vucciria.

Ho lasciato deliberatamente alla fine di questo articolo lo sfottò calcistico che ci lanciano gli amici di Palerma. E’ vero, tocca a noi quest’anno stare in serie B. Ne approfitteremo, alla domenica, per riguardare il goal di Mascara alla Favorita nel 2009, uno dei tanti in verità: per intenderci, quello in cui Mascara, singolare femminile di Mascara, tirò dall’autogrill di Sacchitello. Alcuni cugini di Palerma sono ancora in analisi.

Con questo, spero di avere messo la parola fina. Volevo dire fine.


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Un articolo del blog Dipalermo.it è giunto all'amara conclusione che l'arancino si chiamerebbe in realtà arancina. Una questione che credevamo risolta da anni, tanto che a Catania il dibattito si è spostato in avanti, sull'annoso problema se l'arancino vada impugnato dalla base o dalla punta. Senza pretese di superiorità linguistiche e culinarie, CTzen torna sulla questione con l'intervento di un noto conoscitore della catanesità

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