Gentiloni alle Ciminiere consacra il Pd trasformista Il (semi) cerchio magico alla corte del presidente

È il Pd del pluralismo o del trasformismo, a seconda dei punti di vista. Ma questo è anche un refrain che pare ormai destinato a sfumare in un cerchio che si chiude. La nuova storia del partito, a Catania ma non solo, era iniziata tre anni fa, con l’ingresso celebrato proprio alle Ciminiere dei nuovi dem provenienti dalla formazione post-centrista di Articolo 4. In mezzo un percorso in cui di fatto i nuovi rampanti hanno annacquato – e anche buttato fuori – i vecchi custodi del centrosinistra. Che oggi ai piedi dell’Etna fa rima soprattutto con Luca Sammartino, il golden boy da 30mila e passa preferenze alle ultime Regionali, unico a scaldare davvero la platea – fatto salvo il presidente del Consiglio – accorsa per salutare Paolo Gentiloni. 

Il capo del governo chiude la sua giornata in Sicilia incontrando – in ritardo, perché dietro le quinte si sofferma con i sindaci della Catania-Ragusa sul piede di guerra – il popolo Pd che lentamente ha raggiunto una sala alla fine più o meno piena, esorcizzando la figuraccia di Fabrizio Micari dello scorso settembre. Sul palco, schierato, il (semi)cerchio del nuovo Pd più che chiuso. Ci sono i candidati alle Politiche nei vari collegi del Catanese, come del resto lo è Gentiloni, capolista al plurinominale. Giuseppe Berretta e Fausto Raciti, gli unici a provenire dalla vecchia sinistra Ds, siedono accanto al sindaco di Catania Enzo Bianco e al veterano Giovanni Burtone, ponte verso la nouvelle vague con radici cuffariano-lombardiane. Ci sono Sammartino e Valeria Sudano, mentre lo zio senatore Mimmo, monumento democristiano, in prima fila in platea, è circondato da un capannello di gente che nemmeno gli uomini della sicurezza riescono a disperdere. Poi ci sono la presidente del Consiglio comunale catanese Francesca Raciti e Nicola D’Agostino. Il deputato regionale di Sicilia futura, ex lombardiano, si ritrova finalmente sullo stesso palco dell’avversario di sempre ad Acireale (adesso alleato), Raciti, segretario regionale dem dimissionario. Tra di loro siedono Enzo Napoli e Davide Faraone, l’uomo che assieme a Matteo Renzi ha impresso più di tutti la sua firma nella chiusura del cerchio di cui sopra.

Li citano e li ringraziano, unici a farlo, prima Francesca Raciti, emozionata, e poi Sammartino. Mentre Burtone è il solo a rievocare la Resistenza, l’antifascismo e pure don Luigi Sturzo, strappando anche lui quell’applauso che neppure deve essere chiamato quando prendono parola i renziani. «È una campagna difficile e complicata», dice il deputato uscente, sindaco di Militello, tirando in ballo il «rifiuto della partecipazione» che permea l’elettorato. Ma nel suo passaggio a tinte fosche si riflettono anche spaccature e malcontenti che promettono di deflaglare definitivamente all’indomani del 4 marzo, il giorno delle prossime Politiche. In platea, per Cgil ci sono Concetta Raia e Angelo Villari, ma anche i cugini Anthony e Giovanni Barbagallo, minoranze che hanno rifiutato la corsa di servizio nel collegio di Paternò, dove alla fine è stata candidata l’avvocata vicina a Sammartino Maria Grazia Pannitteri, esordiente. Per un momento l’unico fattore unificante in sala, Paolo Gentiloni, sembra riuscire a far scivolare le divisioni in un cantuccio. Perché nelle sue parole ricorrono costantemente termini come «squadra» e «comunità», e così tocca proprio alla figura del presidente del Consiglio dar corpo a ciò che in realtà ancora non c’è.

«Sono candidato a Catania per ringraziare la Sicilia del successo straordinario del G7», spiega il premier, concentrando tutto il suo discorso sulla necessità di motivare l’elettorato. «Siamo agli inizi – dice Gentiloni citando i numeri della ripresa accanto a quelli dei milioni di euro stanziati nell’ambito del patto per Catania –  ma c’è ancora tanta strada da fare, la disoccupazione resta troppo alta, le ferite della crisi sono ancora tutte da rimarginare». 


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