G come giustizia: in tutte le sue accezioni

Oggi come non mai la gioia di scrivere questa rubrica raggiunge livelli così elevati da necessitare di un salto a piè pari di saluti e convenevoli per giungere diritta al cuore caldo dell’argomento da trattare. L’alfabeto e le sue lettere da analizzare, legate di volta in volta a differenti termini giuridici, incalzano sino all’analisi odierna che forse, più di ogni altra, interessa la platea di lettori (cinici e non), curiosi di assaporare qualche riga dal tono giuridico e dal retrogusto pungente. La lettera del mese è la G. La parola ad essa connessa, per forza di cose, non può che essere giustizia. Non è possibile parlare di diritto e nemmeno pensarlo senza avere chiaro in mente quale sia il vero significato del termine giustizia. Al di là dell’intrinseca altisonanza della singola sillaba che compone la parola, emozionante come un climax ascendente delle poesie di Giacomo Leopardi, appare utile riportare testualmente la profetica definizione dell’Enciclopedia Treccani, che ricama a regola d’arte i contenuti dell’oggetto d’indagine.

Giustizia, sostantivo femminile, dal latino iustitia, è la «virtù eminentemente sociale che consiste nella volontà di riconoscere e rispettare i diritti altrui attribuendo a ciascuno ciò che gli è dovuto secondo la ragione e la legge». Volendo tradurre la profezia in realtà, la giustizia è il riassunto a lieto fine delle sfide che la vita ci impone di affrontare, l’epilogo rosa di un ostacolo superato, il traguardo raggiunto dopo una gara vinta contro avversari di pari livello. Al contempo, la giustizia è una sconfitta inevitabile ma corretta. Una resa certa dopo un torto, l’ammissione circostanziata di una disfatta.

Ma quanto di vero c’è o quanto di utopico è legittimo intravedere in questa insalatiera di belle speranze? Tutto e niente. Cinicamente parlando, la definizione non può che infondere un infinito senso di scetticismo in quanto, se la giustizia è davvero una sintesi di morale e rispetto della legge, la rappresentazione grafica del concetto potrebbe trasporsi soltanto nell’immagine di un cane che si morde la coda. Eh sì, perché la morale non viene installata in ogni uomo come un app sullo smartphone, mentre la legge, scritta dagli uomini e per gli uomini, risente di questo congenito difetto di sistema.

Per tentare di uscire dal circolo vizioso e dalla sua potenziale probatio diabolica, il metodo più efficace non è quello di esigere l’accertamento di un pretesa o la dimostrazione di un fatto attraverso ricostruzioni estremamente complesse o procedimenti di derivazione logica basati su calcoli probabilistici. La retta via è quella del dato empirico, fondato soltanto sull’esperienza, affidato alla pratica, senza il supporto di cognizioni teoriche.

In altri termini il sistema, che si voglia chiamare Stato, Governo, istituzione, società, rebus sic stantibus, basandoci sull’esperienza, i fatti di cronaca e le notizie che ogni giorno ci martellano, ha fallito. Come un soldato colpito in trincea, il sistema continua a trascinarsi, portandosi d’appresso una scia di contraddizioni, proroghe, emendamenti, ripensamenti, malcontenti e insoddisfazione. Ma così come il soldato ferito in trincea tenta di salvarsi e raggiungere il campo base prima di essere finito dal nemico, lo scoppio imprevisto di una mina potrebbe in qualsiasi momento interrompere il logorante tentativo ritirata.

Senza pretesa alcuna di voler instillare nel lettore sentimenti sovversivi, anarchici e distruttivi, l’esperienza mi induce a considerare l’opzione del default come unico dato empirico meritevole di validità. Signori, game over. Ciò però non significa che la macchina debba smettere di funzionare e il cuore di battere. Vuol dire solamente che la giustizia, così come originariamente e correttamente intesa, non trova più spazio nel disordine corrotto di chi ha impropriamente occupato posti di rilievo e rappresentanza delle masse. Pertanto, venuto meno il consenso dei rappresentati, il mandato resta lettera morta.

In conclusione, dunque, auspicando un totale restyling delle infrastrutture di potere (approfittando degli innumerevoli bonus al momento disponibili) e in attesa di un richiamo alle urne che possa consentire l’espressione di una preferenza consapevole tra una platea di candidati di spessore, porgo una domanda, anzi, formalizzo una notifica per pubblici proclami, auspicando nella ricerca di una risposta intima, pronta per essere esternata solo quando possa servire a qualcosa: cos’è per te la giustizia? Cos’hai subìto di veramente ingiusto? Con imperitura stima e affetto.


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