Femminicidio Salamone, le indagini su Ignoto 1 a un anno dall’ergastolo all’ex. Padre: «Aspettiamo verità completa»

«Noi aspettiamo ancora la verità completa sul femminicidio di nostra figlia, ma quanto dobbiamo campare (vivere, ndr)?». L’attesa per un primo pezzo di verità per Nino Salamone è già durato 12 anni. Tanto è passato dall’uccisione della figlia Valentina, trovata impiccata a una trave della veranda all’interno di una villetta in via delle Salette ad Adrano (nel Catanese), alla sentenza della Cassazione – arrivata un anno fa, esattamente il 28 gennaio del 2022 – che ha confermato la condanna all’ergastolo per Nicola Mancuso. Ma non è finita qui. Resta ancora da individuare la persona a cui appartiene il Dna trovato nel luogo del delitto, oltre a quello della vittima e del suo ex amante. «Le indagini (per cui la procura aveva chiesto una proroga di sei mesi, ndr) stanno andando avanti – conferma a MeridioNews Dario Pastore, il legale che da tempo assiste i familiari di Valentina Salamone – seguendo delle precise indicazioni per arrivare all’individuazione di Ignoto 1». Ovvero, del complice del crimine.

Un Dna esiste ed è stato repertato dai Ris che, anni dopo il delitto, sono entrati nella villetta che in un primo momento non era stata nemmeno sequestrata e, anzi, era stata ripulita e svuotata da alcuni dei partecipanti alla festa che si era tenuta proprio la sera in cui la 19enne è stata uccisa. «Anche in questo caso – auspica il padre di Valentina Salamone – dovrebbero fare esattamente come per la vicenda di Yara Gambirasio». La tredicenne di Brembate di Sopra, in provincia di Bergamo (in Lombardia), il cui caso di omicidio è stato risolto grazie a un’indagine a tappeto senza precedenti su una prova del Dna. «E, anzi forse qui sarebbe anche più facile perché basterebbe iniziare a campionare a tappeto soltanto tutte le persone di Adrano e Biancavilla», aggiunge parlando al nostro giornale in signor Salamone che in questi anni non ha mai perso la speranza e continua con tenacia a chiedere che venga fatta giustizia. «Dopo quello che è successo a nostra figlia – sottolinea – ci siamo spenti e gli acciacchi peggiorano. Certe volte sembra che il tempo, invece di sanare questa ferita, la apra di più. Ma continuiamo a vivere aspettando la verità completa».

Che ha cominciato a prendere forma quando, dopo essere stato archiviato come suicidio, il caso è stato riaperto in seguito all’avocazione delle indagini da parte della procura generale di Catania chiesta dai familiari tramite il legale. Da lì si è arrivati all’arresto di Mancuso. L’uomo, sposato e padre di tre figli, aveva avuto una relazione extraconiugale con la ragazza che proprio la sera del 22 luglio del 2010 gli fa una scenata di gelosia davanti a tutti durante la festa in villetta. A trovare il cadavere il giorno dopo sono due operai dell’Enel arrivati sul posto per verificare la segnalazione di un allaccio abusivo alla rete elettrica. Dai risultati dell’autopsia è chiaro che Valentina non si è suicidata ma è morta per «asfissia meccanica violenta da impiccamento. Non è possibile, in alcun modo, stabilire una compatibilità teorica con il suicidio». Nei polmoni c’è un’emorragia che si verifica solo in vita; il corpo è pieno di ecchimosi (braccia, gambe, spalle), chiari segni di una colluttazione. Secondo la ricostruzione dei medici legali, la ragazza sarebbe stata afferrata, strattonata, bloccata e poi messa in orizzontale e sollevata da due persone: una alle sue spalle che le avrebbe messo la corda intorno al collo, mentre l’altra la teneva sollevata dai piedi. Solo dopo la morte, il cadavere sarebbe stato sistemato nella posizione in cui è stato ritrovato per simulare un suicidio

Una simulazione fatta anche male. Visto che dalla sedia su cui la ragazza sarebbe salita per impiccarsi mancano circa 45 centimetri alla trave e comunque da sola non avrebbe potuto fare il nodo a doppia cima alla corda. La 19enne viene trovata impiccata con le mani tra il collo e la corda che stringono forte, come a volerla allentare. Un tentativo di liberarsi dalla stretta che non si può verificare in caso di suicidio. Infine, c’è la prova della goccia di sangue sulla scarpa della vittima che è in contrasto con la legge di gravità: con la punta del piede verso il basso, la goccia non avrebbe mai potuto andare all’indietro, risalendo, verso il tacco. Sotto la scarpa vengono trovate tracce biologiche di Mancuso e di Ignoto 1. «Era arrabbiatissimo – ha riferito chi quella sera è andato via dalla festa in villetta con Mancuso aveva detto che non ne poteva più, che Valentina avrebbe dovuto smetterla e che era deciso a risolvere la situazione perché gli stava creando grossi problemi». Questo perché la 19enne pare avesse finto una gravidanza per provare a continuare la relazione che Mancuso aveva voluto interrompere dopo essere stato scoperto dalla moglie

Stando alle motivazioni della sentenza, Mancuso avrebbe ucciso Valentina Salamone spinto da «sentimenti di rancore. Non può sapere della infondatezza della gravidanza che sarebbe stata devastante per la sua situazione familiare e anche per i suoi legami in ambienti mafiosi adraniti». L’imputato, infatti, è già stato condannato come promotore e organizzatore di un’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Ed è proprio dall’ambiente della criminalità organizza che arriva una testimonianza chiave. A raccontare di avere ricevuto una sorta di confessione da Mancuso è il collaboratore di giustizia Carmelo Aldo Navarria, all’epoca dei fatti responsabile della zona di Belpasso per conto della famiglia mafiosa catanese dei Santapaola, con Mancuso condivide un periodo in carcere. «Non so se tu lo sai, io sono imputato per quella ragazza che hanno trovato strangolata nella zona di Adrano. C’ho problemi con la mia famiglia, con mia moglie – gli avrebbe detto Mancuso – perché quando accompagna i bambini a scuola c’è una certa vergogna perché si sente osservata, che la guardano per questo fatto qua». A quel punto Navarria chiede spiegazioni e, stando a quanto ricostruito dal collaboratore, Mancuso abbassando la voce e portandosi le mani al petto, avrebbe risposto: «Che dovevo fare? Ma meglio la sua che io perdere la mia famiglia». Un dialogo che l’imputato ha sempre negato che sia mai avvenuto. 


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