Cellulari vietati a scuola: «In Sicilia la soluzione migliore è lasciarlo spento nello zaino»

Un divieto che esiste da quasi vent’anni, ma che negli ultimi giorni sta di nuovo facendo discutere. A riportare in cattedra il tema del veto dell’uso del cellulare a scuola è stata la recente circolare del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Poche righe in cui, sulla scorta dell’«autonomia scolastica», è su presidi e insegnanti di ogni singolo istituto scolastico che ricade la responsabilità di fare rispettare il divieto agli studenti e alla studentesse individuando le «misure organizzative» che possano, in qualche modo, renderlo applicabile in classe. «La soluzione migliore – spiega a MeridioNews il presidente dell’associazione nazionale presidi in Sicilia Maurizio Franzò – è che i ragazzi tengano il cellulare spento all’interno dello zaino». Migliore, innanzitutto, perché risolverebbe le criticità legate a costi, spazi e responsabilità della custodia. Ma anche perché in Sicilia non si può non tenere conto dei molti studenti pendolari. Intanto, anche nell’Isola ci sono plessi scolastici che si sono già organizzati acquistando dei box all’interno dei quali gli studenti dovranno riporre gli smartphone prima del suono della campanella che segna l’inizio delle lezioni. In altre regioni, addirittura, ci sono scuole in cui le famiglie dovranno pagare per l’affitto degli armadietti in cui riporre i dispositivi.

La nuova circolare (che torna su indicazioni ministeriali datate 2007, con Giuseppe Fioroni alla guida del dicastero del secondo governo Prodi), almeno su certi aspetti, parla chiaro. Qualunque «misura organizzativa», pur di non vedere i cellulari accesi sui banchi durante le ore di attività didattica. Il divieto, infatti, non fa eccezione nemmeno per «fini didattici». Insomma i telefonini in classe non si possono usare nemmeno per prendere appunti o fare calcoli matematici. E, a dirla tutta, manco durante la ricreazione. Fatte salve le situazioni in cui l’utilizzo è, invece, previsto dal piano educativo di studenti con disabilità o disturbi dell’apprendimento. «Io ritengo che non si tratta di una demonizzazione del cellulare – analizza Franzò parlando al nostro giornale – Ma, piuttosto, di arginare l’abuso di uno strumento che troppo spesso in classe diventa per i ragazzi motivo principale di distrazione». Tra messaggi scambiati con i compagni, foto e video fatti in classe (in qualche caso perfino dirette sui social dai banchi di scuola) e musica da ascoltare con le cuffiette nascoste sotto il cappello. «Negli ultimi anni – aggiunge il presidente dell’associazione presidi – abbiamo assistito a molti modi in cui il cellulare può diventare un distrattore di classe. Anche, banalmente, vibrando nella tasca dei pantaloni. Con ripercussioni che vanno anche oltre la questione dell’andamento scolastico».

Un divieto che, però, a una buona parte del mondo della scuola è apparso quasi anacronistico. «In effetti, anche se quasi non ce lo ricordiamo più – fa notare Franzò – c’è stato un tempo in cui si andava a scuola senza cellulare». Mentre, adesso, anche nelle classi delle scuole elementari gli alunni entrano con gli smartphone. «Se ci sono esigenze particolari o necessità urgenti di comunicare con la famiglia – spiega – si può sempre chiamare utilizzando il telefono che c’è nella segreteria di ogni scuola». E anche i genitori avranno a disposizione lo stesso numero a cui poter telefonare per i casi di emergenza. «L’obiettivo di questa circolare sta nel dare allo strumento il giusto valore e anche uno spazio delimitato». Fuori dai cancelli delle scuole. «Che, però, nel frattempo – ci tiene a sottolineare Franzò – almeno nella maggior parte dei casi, sono diventate scuole 3.0». Cioè, dotate di dispositivi e strumentazioni tecnologiche al passo con i tempi: dalle lavagne elettroniche ai computer e tablet. «Nel regolamento di istituto, ogni scuola inserirà la sanzione prevista per la violazione del divieto imposto dal ministero. Quello che vorremmo evitare – dice il presidente dell’associazione presidi – è che gli insegnanti debbano anche diventare custodi di beni o vigilanti. Per farlo – conclude – è necessario rivedere il patto di corresponsabilità basandolo sulla collaborazione con gli studenti e le loro famiglie».


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