Disturbi alimentari e stop ai fondi del governo. «In Sicilia fatto rete con quei soldi. Si rischia di vanificare il lavoro»

Un mancato rifinanziamento che rischia di avere pesanti ripercussioni per migliaia di giovani. È quello che cela il colpo di forbice, inserito nell’ultima legge di bilancio, con cui il governo Meloni ha deciso di stoppare il fondo, su scala nazionale, da 25 milioni di euro per il contrasto ai disturbi alimentari. Anoressia e bulimia, tra le tipologie più diffuse, che per l’organizzazione mondiale della Sanità rappresentano la seconda causa di morte, in età giovanile, dopo gli incidenti stradali. Una situazione particolarmente critica anche perché da fronteggiare ci sono malattie che necessitano di un approccio multidisciplinare in cui si mischiano le competenze di svariate figure: dagli psicologi agli psichiatri, fino ai dietisti. Progetti, una rete di professionisti a livello territoriale e ambulatori che adesso rischiano di rimanere senza copertura finanziaria con ripercussioni devastanti, specie nel Meridione.

Le strutture sparse in Italia sono 126 e si concentrano principalmente al Nord, di cui 20 in Emilia Romagna, mentre in Sicilia sono solo sette. «Poche rispetto al reale bisogno», spiega a MeridioNews la psichiatra Rossana Mangiapane, responsabile fino a maggio dello scorso anno del centro per i disturbi della Nutrizione e dell’alimentazione Cerchio d’oro di Messina. Mangiapane è anche una delle referenti dell’associazione Animenta, fondata da Aurora Caporossi. «Non sappiamo i motivi del mancato rinnovo del fondo – spiega a MeridioNews la presidente Caporossi – La realtà dei fatti ci dice che queste malattie si manifestano sempre più precocemente e non sono utili delle toppe o delle misure temporanee ma servirebbe un budget vincolato e permanente. Tuttavia, grazie a questo fondo, molte strutture avevano aumentato i pazienti in cura e il numero di professionisti. Adesso rischiamo di tornare indietro di due anni».

Il fondo, istituito con il governo di Mario Draghi, prevedeva un finanziamento di 15 milioni di euro per il 2022 e di 10 milioni di euro per il 2023. Soldi, come sottolineato dalla presidente e fondatrice di Animenta, che non facevano parte di un budget strutturale ma temporaneo e che avevano rappresentato una boccata d’ossigeno, anche considerato il continuo aumento dei casi. «La Sicilia è in linea con il resto d’Italia – precisa Mangiapane – Ma i numeri fanno riferimento ai casi diagnosticati, trattati o assistiti. Sono quindi molto ingannevoli perché c’è un sommerso che non ha mai avuto un accesso a un centro o non è mai stato riconosciuto come Dna».

Con il mancato rifinanziamento del fondo, le ripercussioni più pesanti saranno per quei territori, come la Sicilia, in cui la rete di strutture per fronteggiare i Dna è più carente. «Per molti anni si è lavorato in maniera isolata, affiancando alle proprie competenze la passione per il lavoro – racconta Mangiapane – Con l’istituzione di questo fondo nazionale si è creata una rete, grazie a un tavolo tecnico regionale, che ha permesso di ottenere una mappa precisa per ciascun territorio. In questo modo si è potuto progettare e potenziare. Per esempio reclutando e formando gli operatori, avviandoli così verso un lavoro molto difficile, perché il contrasto dei Dna richiede l’integrazione di diverse professionalità». Nell’Isola ci sono due centri diurni, a Messina e ad Acireale (nel Catanese), ma nessun centro di riabilitazione residenziale. «Utili per le riabilitazioni più lunghe e intensive – precisa Mangiapane – In Sicilia, essendo il territorio carente, lo step è quello di indirizzare i pazienti verso le strutture riabilitative del Nord». Un rischio, quello dei viaggi della speranza, che rischia di allargarsi ancora di più con il mancato rifinanziamento del fondo. «Tutti noi operatori ci immaginavamo – conclude Mangiapane – che una piccola quota del bilancio potesse essere destinata a rifinanziare il progetto per quel poco che è stato fatto. Chiudere significa tradire le aspettative e lasciare le persone da sole».


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