Covid, come (non) funziona l’iter per farsi fare il tampone Tra attrezzature mancanti e attese. «O ti aggravi o muori»

«Utile tampone per screening Covid-19 da attivare presso Asp dal medico curante». Utile, ma evidentemente non urgente se quel tampone, per una giovane mamma di Bagheria e suo figlio praticamente non arriva mai. A prescindere dall’iter, che implica – dopo la richiesta del medico curante all’Asp -, che passino almeno 15 giorni. Al termine dei quali non è assicurato che il tampone venga alla fine disposto dall’Asp e che arrivi qualcuno per fartelo a casa. Malgrado, nel caso specifico, lei appartenga a quella categoria di lavoratori che nonostante l’emergenza sono rimasti al loro posto, perché quello che svolgono è un servizio ritenuto di prima necessità. Comincia tutto mercoledì 25 marzo, quando torna a casa da lavoro manifestando evidenti sintomi influenzali. Non perde tempo e il giorno dopo decide di avvisare il proprio medico curante. In fondo, è questa la prassi che tutti ci dicono ogni giorno di seguire in caso sospettassimo di aver contratto il virus. Il dottore le prescrive un antibiotico, che però non prende visto che le indicazioni diffuse dai media indicano di non prenderne in caso di sospetto Covid. La tosse non si attenua, i dolori osteoarticolari aumentano e la febbre sale.

I timori della giovane mamma aumentano. Lei, infatti, è un soggetto a rischio perché da poco operata di cancro al seno. Immunodepressa, quindi, oltre che asmatica e allergica alla Tachipirina. E poi c’è quel figlio che vive con lei, anche lui un soggetto a rischio per via di alcune patologie di cui purtroppo soffre. La donna non può fare altro che ricontattare il medico per aggiornarlo sul suo peggioramento. Ma lui risulta costantemente irraggiungibile. La giovane mamma, intanto, sta sempre peggio e comincia ad allarmarsi, a pensare che, anche raccogliendo le forze per insistere e farsi seguire da qualcuno, il rischio sarebbe quello di un eventuale ricovero e il pensiero non può che essere uno: «E mio figlio? Con chi rimane lui se io non ci sono?». Entra nel panico e, malgrado si senta sempre peggio, la signora non cerca più né aiuto né chiarimenti. A questo punto intervengono però famiglia e parenti, sono loro a prendere in mano la situazione per aiutarla, sono loro a ricordarle che «prima di pensare a chi si ha accanto, bisogna pensare a salvarsi la vita».

Quindi telefonano al 112, i carabinieri, che però spiegano subito che per poter fare arrivare fino a casa sua un’ambulanza serve necessariamente la richiesta del medico curante. Quello che non si riesce più a rintracciare. La famiglia insiste spiegando la condizione della giovane mamma e del figlio, sottolineando che non si tratta di un sospetto campato sul niente, non è un capriccio. Quel tampone le serve e le serve al più presto. Così l’ambulanza arriva. I medici visitano sia lei che il figlio, e stilano il referto: consigliano di effettuare un tampone su entrambi. Una richiesta, però, che deve necessariamente partire dai medici di base. Quello della giovane mamma rimane però irreperibile e giorni dopo si giustificherà chiarendo di non essere stato in studio e di non essersene potuto occupare: «In ogni caso – avrebbe detto alla signora -, pur attivando la procedura, il tampone non glielo faranno prima di 15 giorni, o forse anche mai, perché manca l’attrezzatura». Le spiega, cioè, l’iter del normale protocollo. Ma intanto il pediatra del bambino, che la famiglia riesce a rintracciare subito, non è dello stesso avviso e attiva immediatamente il percorso necessario perché entrambi vengano sottoposti al test. Nell’attesa del tampone, la situazione resta stazionaria, malgrado il sopraggiungere di un continuo mal di testa.

Intanto la giovane mamma ha avvisato il datore di lavoro, spiegando di essere in attesa di effettuare gli esami necessari per capire se abbia contratto o meno il virus. Il titolare è comprensivo, la rassicura e rimane a sua volta in attesa di sapere anche lui il da farsi, nel caso di necessaria sanificazione dei locali e di quarantena per i colleghi che potrebbero aver avuto contatti con lei. Intanto il tempo passa e nessuno richiama la signora. La famiglia intanto, ancora una volta, decide di prendere l’iniziativa. Tenta di mandare un’e-mail all’Asp per registrarla come caso sospetto di Covid-19, ma è costretta ben presto ad abbandonare anche questa strada. Ancora una volta infatti, per poter procedere anche in quella direzione serve necessariamente un protocollo attivato dal medico curante. Una strada senza uscita. I famigliari insistono con telefonare a strutture mediche ed enti, nella speranza che qualcuno dica loro qualcosa di alternativo da poter fare. L’unica a rispondere è la protezione civile di Altavilla, che dirotta il caso della giovane mamma alla guardia medica di Bagheria. Qui lei trova una dottoressa che si mette subito a sua disposizione, aprendo finalmente il protocollo per avere fatto il fatidico tampone. Sembra finalmente fatta, non fosse che anche lei raccomanda di avere pazienza, perché per mancanza di attrezzature quell’esame tanto importante non sarebbe avvenuto di lì a pochi giorni. 

L’attesa quindi continua. Mentre le domande e le perplessità aumentano di giorno in giorno. «Quanto può essere efficace la prevenzione, fatta in questa maniera, se mancano le attrezzature? – si domanda la giovane mamma insieme alla sua famiglia – Come stilano quotidianamente la lista dei nuovi contagiati se nel frattempo ci sono persone a casa che aspettano un tampone anche da oltre 15 giorni, qualcuno addirittura da un mese?». Sì, perché nel frattempo quello che la famiglia della signora avrebbe scoperto è che quella in cui sono incappati loro è quasi una prassi, una pericolosa routine. Che un tampone, in molti casi, è immediato quando si arriva in ospedale in condizioni già critiche, quando si finisce intubati in Terapia intensiva, quando non si può evitare. Tutti gli altri, invece, devono aspettare un test che potrebbe anche non arrivare mai. Qualcuno li contatta persino dalla Lombardia, raccontando di attendere un tampone da un mese, malgrado l’allarme, malgrado la zona rossa, malgrado il picco di contagi. «Le persone in prima linea come lei non dovrebbero avere la precedenza per evitare contagi ai colleghi, che a sua volta vengono spostati in altri centri così da rischiare che si diffonda? – si domanda un parente della giovane mamma -. Solo un pensiero mi passa per la mente, si vuole l’immunità di gregge? Si aspetta che gli ammalati arrivino all’intubazione per poter fare notizia?».

Come affrontiamo l’emergenza Covid, insomma? Con poche attrezzature, quando ci sono, ed estenuanti tempi morti? Nell’attesa di quell’indispensabile tampone, il rischio è quello di aggravarsi. O, nel caso peggiore, di non farcela. Anche a prescindere che alla fine sia coronavirus o meno. Perché nel frattempo, mentre l’unica cosa di cui si parla (e che forse si cura ancora) è il virus che da mesi attanaglia il mondo intero, tutte le altre comuni patologie non sono di certo scomparse. Sono solo state accantonate, messe in secondo piano. Nulla ha più l’urgenza di una volta, tanto che persino un banale intervento chirurgico per rimuovere una fistola, rimandato a data da destinarsi, per un giovane che vive nello stesso paese si sta a poco a poco trasformando in una cancrena e nell’ipotesi di un’amputazione. La situazione della giovane mamma, però, sembra smuoversi a un certo punto. Grazie soprattutto alla tenacia dei famigliari, che iniziano a fare non poche pressioni. Tanto che finalmente, a inizio aprile, grazie soprattutto all’interesse della sua famiglia, scatta il ricovero al Cervello di Palermo, dove le effettuano il primo tampone sublinguale: negativo

Non ha il tempo di gioire, che i medici le spiegano che le hanno comunque trovato un «focolaio polmonare». Si dovrà aspettare quindi altri tre giorni per effettuare un secondo tampone nasale, ma c’è la possibilità di doverne effettuare anche un terzo a distanza di una settimana. Mentre il figlio della signora, intanto, aspetta ancora che qualcuno faccia il tampone anche a lui. «Sono più i casi di chi aspetta che di quelli controllati – torna a dire il parente della signora -. Le ambulanze non attrezzate per il Covid hanno difficoltà a muoversi per mancanza di materiale sanitario o, in alcuni casi, addirittura di carburante. Se non hai problemi respiratori o un polmone collassato, non c’è nessun tampone per te. A meno che, a prescindere da come stai, tu non sia un calciatore, un vip o un importante politico, perché a loro i tamponi li fanno eccome. Lei ha tutti i sintomi di un Covid, ma nel tampone non esce, non ancora almeno. E quindi? Tra un tampone e l’altro, quando te lo fanno, rischia di passare addirittura un mese, durante il quale nessuno può darti alcun farmaco, quindi in un modo o nell’altro muori. Oppure ti aggravi a tal punto da finire in Terapia intensiva, è normale che funzioni così? Cosa dobbiamo aspettarci da un focolaio polmonare lasciato senza medicine per circa un mese?».

La preoccupazione della famiglia, malgrado quel ricovero al Cervello, non si placa. Anche perché, appunto, la giovane mamma è un soggetto oncologico. Tante infatti le visite che avrebbe dovuto fare in questi giorni che sono state tutte spostate a data da destinarsi. «Se non si muore di Covid, si morirà di certo per effetto del Covid, cioè per tutto quello che è finito in secondo piano per fare unicamente fronte all’emergenza – torna a dire il parente della donna -. Tutto questo nella più totale confusione dei medici, tra chi ti dice che non si possono prendere antibiotici e chi invece te li somministra. Virus o meno, restano tutte le altre patologie, che non si sono fermate né sono sparite». Intanto, nell’ipotesi che i successivi tamponi confermino la sua negatività, qualcuno dovrà comunque occuparsi di curare quella polmonite. Una dottoressa, infatti, sta tentando di trovarle un posto in un altro ospedale tra quelli rimasti estranei all’accogliere pazienti positivi al virus. Una cortesia, le hanno spiegato, rispetto a un iter col quale avrebbe dovuto, ancora una volta, sbrigarsela da sola. 


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