Uno stesso caso di presunta corruzione alla Regione Siciliana, due diversi percorsi giudiziari che vedono oggi un giorno importante. Mentre è iniziato il processo all’assessora regionale al Turismo Elvira Amata, arrivano anche le motivazioni della sentenza di condanna col rito abbreviato per l’imprenditrice Marcella Cannariato. Alla base della condanna a due anni e mezzo ci […]
Corruzione alla Regione Siciliana, le motivazioni della condanna di Marcella Cannariato
Uno stesso caso di presunta corruzione alla Regione Siciliana, due diversi percorsi giudiziari che vedono oggi un giorno importante. Mentre è iniziato il processo all’assessora regionale al Turismo Elvira Amata, arrivano anche le motivazioni della sentenza di condanna col rito abbreviato per l’imprenditrice Marcella Cannariato. Alla base della condanna a due anni e mezzo ci sarebbero, per il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Palermo, «un vischioso reticolo di rapporti, ispirati al favoritismo e a una logica di scambio, quasi di tipo mercantilistico, con gli apparati pubblici regionali». A cui il gup dedica passaggi ancora meno teneri, definendo gli uffici della Regione Sicilia «permeabili e ampiamente disponibili all’ascolto della stessa Cannariato e dei suoi interessi». Senza «trasparenza e imparzialità che dovrebbero ispirare la cura del pubblico interesse».
Il caso di corruzione contestato
Alla base delle accuse della procura, c’è l’assunzione del nipote dell’assessora Amata da parte di Cannariato. Con il pagamento delle spese di alloggio del giovane – trasferitosi da Firenze a Palermo per l’impiego – per circa 4,5mila euro. In cambio, secondo l’accusa, l’assessora avrebbe elargito un finanziamento pubblico da 30mila euro alla fondazione Marisa Bellisario, rappresentata da Cannariato, per la manifestazione Donna, Economia e Potere. Con una «commistione tra le sfere dell’interesse pubblico e privato – scrive ora il gup nelle motivazioni della condanna all’imprenditrice – così grave e profonda da rendere difficilmente distinguibili i due diversi ambiti».
L’uso del nome del marito
A facilitare la commistione, secondo il gup, ci sarebbe anche il fatto che Cannariato fosse, all’epoca, moglie di Tommaso Dragotto, noto imprenditore dell’azienda Sicily by car. I due, infatti, si sono separati dopo l’indagine. «Così la definiva la portavoce del presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Sabrina de Capitani, figura che pure punteggia la trama relazionale emersa dalle indagini». Una figura, quella di De Capitani, a sua volta indagata in un altro filone.