Caso Ciancio, Cassazione annulla proscioglimento Requisitoria: «Questo processo non si voleva fare»

Tornerà alla fase dell’udienza preliminare l’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa a carico dell’imprenditore ed editore del quotidiano etneo La Sicilia Mario Ciancio Sanfilippo. Lo hanno deciso i giudici della Cassazione – a seguito del ricorso della Procura e delle parti offese Dario e Gerlando Montana – annullando il proscioglimento ottenuto a dicembre a Catania. Un caso giudiziario storico per tanti motivi. Per l’indagato, innanzitutto: uno degli uomini più potenti della città e del Sud Italia. Per l’arco temporale coperto: almeno trent’anni di informazione e affari a Catania. Ultimo tassello, in ordine cronologico, per la portata del giudizio emesso il 21 dicembre 2015 dalla giudice di Catania Gaetana Bernabò Di Stefano che sostanzialmente nega l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Un documento – tra punti oscuri e veri e propri errori – dal sapore più politico che giudiziario, considerato che lo stesso reato contestato a Ciancio è stato pensato e utilizzato per sanzionare la vicinanza dei cosiddetti colletti bianchi – su tutti, politici e imprenditori – alla mafia. E durante la requisitoria di oggi il procuratore generale si è spinto oltre, rilevando la volontà di non fare questo processo.

L’intricata vicenda comincia nel 2009, quando Ciancio viene iscritto nel registro degli indagati della Procura di Catania. Un fatto di per sé clamoroso ma che tre anni dopo, nel 2012, potrebbe concludersi con la richiesta di archiviazione avanzata dagli stessi uffici giudiziari. In quell’occasione è il gip Luigi Barone a chiedere ai magistrati di continuare a indagare. Così, nel 2015, la Procura cambia intenzioni e viene chiesto il rinvio a giudizio dell’editore. A fine anno, è la giudice Bernabò Di Stefano a decidere per il proscioglimento, con il discusso giudizio di cui si è già detto. Contro questa decisione avevano fatto ricorso in Cassazione, arrivando a oggi, sia la Procura di Catania – che contestava una «violazione di legge nell’applicazione del codice di procedura penale»– sia Goffredo D’Antona, legale delle persone offese Gerlando e Dario Montana – fratelli di Beppe Montana, il poliziotto ucciso dalla mafia nel 1985. 

Al centro dei 47 faldoni d’indagine ci sono diversi temi cittadini. Il Pua – un mega progetto da realizzare alla Playa  su diversi terreni anche di Ciancio – e l’intercettazione con l’allora candidato sindaco Enzo Bianco all’indomani della votazione del consiglio comunale etneo sul piano. Ci sono i centri commerciali – come il caso Porte di Catania – e, più in generale, un sistema di terreni agricoli e discusse varianti. C’è la linea editoriale del quotidiano La Sicilia, a lungo monopolista in Sicilia orientale, a cui i magistrati contestano una serie di presunti favori a Cosa nostra. A diventare, infine, di interesse pubblico – dopo la chiusura dell’emittente Antenna Sicilia e i licenziamenti per motivi economici – è anche il tesoretto da 52 milioni di euro di Ciancio, depositato in Svizzera e scoperto dalla procura di Catania. Solo una parte dei soldi tenuti dall’imprenditore all’estero: come nel paradiso fiscale delle Mauritius attraverso un complicato schema di società straniere.


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