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Ex province: paesi isolati e disabili senza assistenza
Polemica sui cento milioni da Roma contro il default

I bilanci impossibili da chiudere e i servizi tagliati con conseguenze concrete su strade, scuole e sociale. I fondi della Regione non sono sufficienti e dal governo nazionale arriva una soluzione tampone. Che però non risolve il problema. De Luca e Germanà contro Villarosa

Miriam Di Peri

Foto di: Antonio Curro

Foto di: Antonio Curro

Strade interrotte, Comuni isolati, scuole a rischio chiusura, assistenza negata ai disabili. Le ex province siciliane sono sull’orlo del dissesto, nonostante la «boccata d’ossigeno» ritagliata dai fondi regionali. Non sono stati sufficienti, infatti, i 101 milioni erogati dagli assessorati regionali all’Economia e alle Autonomie locali. Di questi, poco meno di 54 milioni sono stati destinati alle tre aree Metropolitane di Palermo, Catania e Messina, mentre poco più di 47 milioni di euro sono andati ai sei Liberi consorzi di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa, Siracusa e Trapani. Ai quali va aggiunto circa un milione per la progettazione delle opere pubbliche. Troppo poco per risollevare i bilanci, gravati dal prelievo forzoso imposto dallo Stato, mentre la Sicilia, ultima ad aver recepito la riforma di Graziano Delrio, è rimasta fuori dal fondo nazionale di 540 milioni di euro, ripartito agli enti intermedi dello Stivale.

Per rimettere in sesto gli enti intermedi dell’Isola, stimano dai sindacati, sarebbero necessari almeno 220 milioni di euro, senza i quali oltre la spesa corrente è diventato pressoché impossibile erogare servizi. È così che la ex provincia di Trapani, ad esempio, ha provocatoriamente depennato dal bilancio l’attività di assistenza ai disabili, mettendo in mobilità circa 50 persone, per chiudere il bilancio dello scorso anno. E guardando alle altre Province - e alle altre competenze - non va certo meglio. «Finché si parla di manutenzioni minori nelle scuole di competenza provinciale, ci si arrangia - racconta Saverio Cipriano, rappresentante sindacale alla provincia di Palermo -. Ma se c’è, ad esempio, un pilastro lesionato, allora si pone un problema che non è immediato da risolvere». Senza contare la viabilità secondaria. «In quel caso - ammette ancora Cipriano - il paradosso è ancora più grande, perché le tasse che contribuiscono al funzionamento delle ex Province, per il 70 per cento, sono proprio quelle pagate dagli automobilisti: l’imposta provinciale sui trasporti e l’addizionale sull’assicurazione dei veicoli. Ma sono fondi che a stento coprono il prelievo forzoso da Roma. E che di certo non vengono reinvestiti sulle strade secondarie».


(La frana che ha causato l'isolamento del Comune di Roccella Valdemone)

Ne sa qualcosa il sindaco di Roccella Valdemone, nel Messinese, che si trova ad amministrare un Comune praticamente isolato, a causa di una frana sulla strada provinciale 2. Al momento è stata predisposta una bretella alternativa, percorribile soltanto dalle auto e dai mezzi di soccorso, finanziata dalla protezione civile. «I pullman - racconta il primo cittadino, Giuseppe Spartà - si fermano vicino la frana e poi ci si organizza con i mezzi privati. È una strada rurale, ci stiamo attrezzando per consentire il passaggio anche ai mezzi pesanti».

Non va meglio a Enna, dove non è ancora stato chiuso il bilancio del 2018 e dove, guardando alla sola situazione relativa agli istituti scolastici, la Provincia deve restituire circa 6 milioni di euro per interventi già effettuati nei plessi. «Speriamo nel disegno di legge depositato alla Camera che mira a bloccare il prelievo forzoso - ammettono dalla Provincia - senza quello l’unica via appare il dissesto». Il ddl in questione è quello presentato dal deputato messinese di Forza Italia, Nino Germanà, che interviene proprio sulla questione del prelievo forzoso, «ma al momento - ammette lo stesso primo firmatario - è fermo in commissione Bilancio, in attesa di essere discusso».

Ma se Germanà chiede al governo nazionale di intervenire sul prelievo forzoso che svena le ex Province, a controbattere è il sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa, che accusa Germanà di avere sostenuto il governo Monti, che quel prelievo lo ha istituito. La soluzione trovata invece dall’esponente pentastellato, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, è stata annunciata lo scorso weekend e prevede la possibilità di destinare 100 milioni di euro dal Fondo di Sviluppo e coesione alle ex Province siciliane. Naturalmente adesso la Regione dovrà farne formale richiesta al ministero per il Sud, guidato da Barbara Lezzi, dopo di ché «i fondi - assicurano fonti vicine al sottosegretario - dovrebbero arrivare».

Una soluzione che non convince il firmatario del disegno di legge contro il prelievo forzoso, Germanà, secondo cui in questo modo si toglierebbero «fondi già destinati allo sviluppo della Sicilia, per destinarli invece alla spesa corrente». Stessa tesi espressa con forza e con i soliti toni coloriti dal sindaco di Messina Cateno De Luca che ieri, in un video, attacca Villarosa invitandolo a «studiare» e a un «confronto pubblico». Ma se dal ministero assicurano che si tratta di fondi «non ancora impegnati, dunque slegati dai progetti di sviluppo della Sicilia», è però lo stesso Villarosa ad ammettere che «questa non è la soluzione migliore, ma al momento l’unica percorribile, per risolvere immediatamente l'emergenza, creata da altri, che avrebbe trascinato, entro la fine aprile, nel baratro la maggior parte delle ex province ora in esercizio provvisorio. Superato questo primo scoglio, con calma, interverremo a regime per stabilizzare e riportare ad un livello dignitoso la situazione delle stesse. La strada da percorrere è ancora lunga e sono cosciente del fatto che questa soluzione tampone non è sufficiente ma, sono sicuro, al tempo stesso, che con l'aiuto di tutti supereremo ogni avversità restituendo respiro e decoro alle nostre martoriate ex province».

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