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Mafia, decapitati i mandamenti dell'Agrigentino
Pm: «Cose che ti aspetti di trovare solo in fiction»

Disarticolate 16 famiglie mafiose e scoperto un flusso di denaro enorme (sequestrati 240mila euro in contanti), proveniente dal traffico di stupefacenti e dalle estorsioni, pretese anche da due cooperative impegnate nell’accoglienza dei migranti. Tra loro dicevano: «Siamo il fiore all'occhiello di Cosa Nostra siciliana»

Silvia Buffa

«Il fiore all’occhiello di Cosa nostra siciliana». Si definivano così, intercettati, i presunti boss di Agrigento, colpiti dal blitz Montagnascattato alle tre di questa notte e che ha smantellato i vertici di due mandamenti, Sciacca e Santa Elisabetta, e 16 famiglie di Cosa nostra agrigentina. L’operazione antimafia più vasta e importante mai registrata in questa provincia, a detta degli inquirenti, che ha impegnato circa 400 militari, col supporto di elicotteri e unità cinofile. «Pare che ci sia ancora qualcuno che va in giro a dire che la mafia sia finita e che non ci siano più nemmeno i mafiosi. I numeri di oggi danno conferma della presenza di Cosa nostra nel territorio - spiega il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi -, una presenza che nell’Agrigentino si connota per una maggiore rigidità delle strutture e con la capacità di tenere in piedi collegamenti anche con altri personaggi, come quelli calabresi, per agevolare le attività legate al traffico di stupefacenti». E i numeri, in effetti, danno contezza di un fenomeno che di sopito ha ben poco, a giudicare dalle 57 ordinanze di custodia cautelare emesse - due persone sarebbero ancora ricercate - e dei sette sequestri preventivi di imprese e aziende. Molte perquisizioni sono ancora in corso.

L’indagine, iniziata a fine 2013, ha permesso di individuare 15 soggetti di ruolo apicale all’interno dei mandamenti. «Significa che, ad oggi, abbiamo arrestato 15 capi mafia. Un risultato importantissimo che decapita in tutti i sensi un intero territorio», ribadisce il procuratore. Il blitz ha permesso di fare luce anche su un nuovo mandamento nascente, denominato Montagna, da qui il nome dell’operazione, frutto di una scelta fatta nel 2014 da Francesco Fragapane, figlio del boss Salvatore e fedelissimo di Riina. Prima di essere arrestato, Fragapane junior ha messo nelle mani del 78enne Giuseppe Luciano Spoto, presunto capo famiglia di Bivona, il mandamento di Santa Elisabetta, annettendo così tutte le famiglie compiacenti dell’area montana agrigentina. Ed è proprio a casa di Spoto che i militari hanno trovato 240mila euro in contanti, tutte le mazzette erano custodite dentro plichi di plastica.

Un flusso di denaro enorme, che non arrivava alle casse mafiose solamente dalle consuete attività illecite tipiche dei mandamenti. Oltre alle estorsioni imposte ai commercianti della provincia, fra i quali nessuno si è fatto avanti per denunciare richieste né intimidazioni subite, e al traffico di stupefacenti in affari con la famiglie calabresi, c’era anche il pizzo imposto a due associazioni impegnate nell’accoglienza dei migranti: la Omnia Accademy di Favara e la società cooperativa San Francesco di Agrigento. I tentativi, però, non sarebbero andati in porto. «Non solo pizzo, intestazione fittizia di beni, droga, truffe, voto di scambio - spiega Lo Voi -. Ci risulta anche un tentativo, rimasto tale, di organizzare e creare nuovi centri di accoglienza per i migranti, che conferma come l’afflusso di denaro pubblico attiri sempre l’interesse di alcune aree di Cosa nostra».

Tra gli arrestati dall’operazione c’è anche Santo Sabella, sindaco di San Biagio Platani, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Nei suoi confronti risulterebbero dei rapporti di vicinanza con presunti esponenti di spicco della famiglia mafiosa, intrattenuti durante il periodo antecedente le ultime elezioni. È sospettato di aver preso accordi con i vertici della famiglia mafiosa del posto per concordare le candidature, sia a sostegno che contrapposte, ma anche di aver garantito all’organizzazione agevolazioni nella gestione degli appalti pubblici banditi dal Comune. Il primo cittadino è accusato anche di voto di scambio politico mafioso: avrebbe chiesto e ottenuto l’appoggio elettorale del boss del posto durante le consultazioni amministrative del 2015.

«La mafia c’è ancora. È evidente che non ci troviamo più di fronte alla Cosa nostra di 20-30 anni fa, ma parlare di una sua scomparsa è ancora prematuro», insiste il procuratore Lo Voi, che ha precisato come non ci sia, al momento, alcun collegamento concreto e chiaro con i fatti di sangue avvenuti tempo fa in Belgio. «Si tratta di due indagini totalmente diverse. Favara è un territorio particolarmente vivace, ma è presto ancora per parlare di connessioni con i delitti avvenuti altrove». Un successo, quello messo a segno dal blitz di stanotte, che però lascia spazio anche a riflessioni dal gusto amaro: «Emerge uno spaccato sociologico che, al di là dei fatti criminali in sé, rivela un’ortodossia nei protagonisti delle indagini che ci riportano indietro a 40 anni fa e che restituisce concetti e immagini di Cosa nostra che pensavamo superati da tempo», commenta il procuratore aggiunto Paolo Guido. «Sentirli discutere sul fatto che non si chiama mafia ma Cosa nostra e che esiste da quando esiste l’uomo, è una cosa che ti aspetti di trovare solo nelle fiction di oggi, non nella realtà. Nella provincia di Agrigento - prosegue - c’è una dimensione mafiosa che è più autentica e per questo più preoccupante, non basterà una sola operazione».

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