Allo Stabile un Macbeth digitale (ma non troppo) Recitazione superba e nuova vita a Shakespeare

A un pubblico smaliziato e avvezzo ai più grandi effetti digitali del grande schermo le declamazioni di un teatro shakespeariano recitato all’antica non potrebbero che causare un grasso sbadiglio. Ma la spettacolarità visuale con cui il regista napoletano Luca De Fusco ha messo in scena uno dei capolavori del Bardo è stata in grado di coinvolgere l’eterogeneo pubblico del Teatro Stabile di Catania, dalle più vetuste signore ingioiellate giù fino ai loro nipoti più riluttanti all’idea di una domenica sera barbosa.

De Fusco, noto per il suo uso sperimentale dei giochi di luce e degli effetti audiovisivi, ha suscitato scalpore con una sua recente versione dell’Orestea al Mercadante di Napoli, criticata per l’esuberanza barocca se non apertamente kitsch del linguaggio visuale e per un’interpretazione troppo libera, troppo lassa, del testo eschileo. Ma con Macbeth sembra essersi contenuto, e la sperimentazione non risulta mai in aperta rottura con il senso dell’originale. Anzi, va a implementare con le nuove tecnologie quelle che erano potenzialità già insite nella drammaturgia shakespeariana.

Il video, ad esempio, viene utilizzato soprattutto per proiettare sullo sfondo le allucinazioni che avvelenano la mente di Macbeth. Fantasmatiche apparizioni in bianco e nero, sfocate, di pugnali e spettri e uccelli notturni contribuiscono all’evocazione di immagini, in origine affidata alla sola potenza poetica della parola. Un secondo utilizzo dello schermo consiste nei primissimi piani sul volto degli attori monologanti, sempre modellato da uno spettrale gioco di luci e ombre, che rafforza efficacemente l’introspezione psicologica degli a parte. È così che nei celeberrimi soliloqui di lady Macbeth viene alla luce ogni increspatura della fronte, ogni arricciarsi delle labbra, ogni folle sguardo di una Gaia Aprea che incarna alla perfezione la voluttà del male.

La scenografia poi (un palco tagliato in due da una cortina di fili che lascia intravedere il retro, un piano rialzato che funge da talamo, un trono che scorre dentro e fuori dalla scena) pur nella sua semplicità permette la moltiplicazione dei piani prospettici, soprattutto nel concitato montaggio finale che si conclude con un ardito ma non del tutto implausibile combattimento in slow motion tra Macbeth e MacDuff.

Tutti espedienti per tener desta l’attenzione del pubblico, che può meglio godersi l’avvincente trama di intrighi e profezie, stregoneria e follia, l’ironia e la poesia di Shakespeare. Ma soprattutto la superba recitazione del protagonista, impersonato da Luca Lazzareschi, che non delude negli attimi più sublimi della tragedia. Non al monologo «Domani e domani e domani», che dipinge la vita come uno spettacolo, non quando teso sul suo trono, la spada puntata al cielo in una tracotante sfida all’imperscrutabilità della sorte, col suo grido («Comincio a stancarmi del sole, e vorrei che crollasse la struttura stessa del cosmo!») sembra voler far crollare la struttura stessa del teatro. A forza di applausi. Di cui si pasce per dieci lunghi minuti alla fine dello spettacolo. Il suo spettacolo.


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