Addio ad Andrea Zanzotto, poeta «stralunato ma concreto»

«Apparentemente stralunato ma estremamente concreto», così Felice Rappazzo, docente di Letteratura italiana dell’Università di Catania e appassionato studioso del poeta contemporaneo Andrea Zanzotto, descrive l’intellettuale veneto deceduto ieri mattina all’ospedale di Conegliano, in provincia di Treviso. «Un poeta che dissimulava la semplicità delle cose con l’uso di un linguaggio insolito e complicato».

Aveva appena compiuto 90 anni ed era noto per i versi astrusi e le battaglie personali in difesa dell’ambiente e della sua terra, il Veneto, di cui ha sempre scongiurato l’idea leghista di secessione. Distintosi per il singolare impegno civile, «Zanzotto era un cultore e militante morale dell’integrità del paesaggio. Legatissimo al suo territorio che nei testi rappresentava come microcosmo immagine del mondo di cui rifiuta il degrado dei nostri tempi, della società di massa e di qualsivoglia forma di consumismo», spiega il professore Rappazzo. «Non amava i centri commerciali ma difendeva a spada tratta le campagne del suo Veneto».

Intellettuale del secondo Novecento, le sue liriche si distinguono per la spasmodica ricerca dell’essenza linguistica. Ed è proprio il suo voler andare a fondo delle parole che lo porta a coniare un nuovo linguaggio poetico. «Non inseguiva la purezza della lingua ma piuttosto, nel passaggio dall’inconscio alla parola scritta, incontrava tutte le scorie dell’umanità», chiarisce lo studioso. Ecco quindi emergere nel testo accostamenti singolari, spesso basati su allusioni di carattere fonico. «Era il suo modo originale di cogliere tutti gli aspetti della vita. Quelli della bellezza naturale ritrovata nei paesaggi a lui tanto familiari e quelli di repulsione verso il degrado culturale della propria epoca», continua il professore.

E a quanti oggi volessero accostarsi alle sue letture, il docente catanese consiglia studio e dedizione. Ma il segreto per apprezzare fino in fondo il poeta veneto, ammette, è «lasciarsi andare al ritmo del verso, trascinati dalle analogie e dalle consonanze, anche se apparentemente senza senso».

«D’altronde – continua – Zanzotto credeva fermamente nella verità profonda delle cose semplici. Ma non c’è niente di più complicato, in fondo, delle cose semplici».

Abbiamo chiesto al professor Rappazzo di commentare alcuni suoi versi. Ha scelto questi.


Erbe e Manes, Inverni
Pietà per finiti e infiniti,
memorie
forse distorcenti, distorte
ma che ovunque ovunque
da voi stesse crescete
e dai vostri intrinseci oblii,
erbe ed erbe, Manes, nostre sere…

Limature d’iridio, fratti quarzi
Nel cupo che inverno insuffla,
ripidi acumi
fatti fatui
dal viola
ma pur sempre arrivati a voi stessi
ad erbe, erbe-Manes…

Frivoli Pargoli Manes
zirlìi forse geliferi
grillìi d’elfi-fili
in supplicità mite

rattratte motilità e
basse sequenze del verde:
ecco
già vi si aduna spronando
spronando
sì che in lati obnubilati prati
consolate
al viola
consolazioni sottraete

O là, via per le strette e trash,
poa pratensis, Manes, poa silvestris
alla non più inconsutile
veste
del mondo
al divelto
provvedereste?
Ttsch,sst, zzt
Salvereste?

Poa pratensis, poa silvestris: le più comuni erbe.

Questa poesia, compresa la noticina finale d’autore, è tratta da Méteo, una raccolta del 1996 che raccoglie versi di alcuni anni precedenti. Nel testo compaiono le erbe più diffuse, chiamate anche Manes, ovvero divinità del luogo, oggetti di culto semplice e pagano a un tempo. In quanto Mani, le erbe comuni proteggono, tramandano. Esse sono forse in grado di proteggere la memoria, l’identità fragile dei luoghi e degli uomini, tessendo una «inconsutile veste» a coprire le terra, a darle continuità, pur nell’inverno che rende cangianti colori e luci. Inconsutile: l’aggettivo, raro, proviene direttamente da un luogo del Vangelo di Giovanni (cap. 19): la tunica di Cristo, posto in croce, è tessuta tutta d’un pezzo, senza cuciture (è quel che vuol dire Inconsutilis); i soldati romani, che si dividono le sue vesti, decidono dunque di non tagliarla in pezzi, ma la giocano a sorte. Ecco dunque che la tunica diventa figura di ogni cosa che, di organico e continuo, di integro e indivisibile, è al mondo. Le umili erbe, le minime creature, proteggerebbero dunque – forse – la terra, che ricoprono interamente. La salvezza è dunque, francescanamente, nella humilitas. Ma il tessuto delle erbe è veramente inconsutile? Questo aggettivo è già presente nella poesia Oltranza oltraggio, che apre la raccolta La Beltà. Già lì sentiamo che il mondo è pieno di asperità, di discontinuità, di lacerazioni. E qui, in Méteo, leggiamo che la veste del mondo è «non più inconsutile», in realtà; il mondo è «divelto», discontinuo. Come la neve in La Beltà, il tessuto unitario e coeso delle erbe nasconde insidie e abissi sotto il manto della continuità e della orizzontalità placida. Erbe e nevi, dunque, ricoprono (come le rose di Saba) gli abissi, le fratture, le angosce? La risposta è incerta: le erbe-Mani, le divinità protettrici e umili, sembrano avere una funzione ambivalente: salvano e segnalano, anche nel nasconderle, insidie. Il mondo è divelto e distorto, come leggiamo in alcuni passi della poesia. Alle erbe si invoca pietà: sapranno esse concederla e assicurarla al mondo? O l’apparenza di un’armonia, che è anche quella della poesia, è un intrigo, un inganno, il segno reale di una perdita? Il paesaggio mantiene in Zanzotto tutta la sua ricchissima ambiguità. La sua corruzione è anche corruzione del linguaggio, limite della dicibilità poetica, mette in questione lo spazio della lirica. La breve poesia esprime chiaramente un bivio, un interrogativo, avvia l’ultima grande fase della produzione di Zanzotto.

Commento a cura del professore Felice Rappazzo – docente di Letteratura italiana presso la facolta di Lettere e filosofia di Catania


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