Il Tar interviene nella storia della cava della Fassa Stop all’atto della Regione che dava l’ok alla ditta

«Il dirigente generale ha esercitato competenze, avocando a sé illegittimamente funzioni riservate al servizio V». Con queste poche parole, contenute nell’ordinanza con cui oggi il Tar di Palermo ha sospeso gli effetti di una determina regionale, si riapre la partita tra l’associazione Sicilia Antica e la Fassa, la nota azienda produttrice di materiali per l’edilizia che, da diversi anni, vorrebbe gestire una cava calcarea ad Agira, in provincia di Enna. A fare tutt’altro che da spettatrice in questa storia è la Regione Siciliana che, dopo avere revocato nel 2018 l’autorizzazione rilasciata in un primo tempo al privato, la scorsa estate era ritornata sui propri passi. 

A firmare la determina oggi sospesa dai giudici amministrativi, in attesa dell’udienza per la trattazione nel merito del ricorso – prevista a dicembre – era stato Tuccio D’Urso. Il dirigente generale del dipartimento Energia andato in pensione lo scorso anno. La revoca della revoca era stato uno degli ultimi atti decisi da D’Urso, in quelle settimane al centro di una disputa all’Ars in seguito alla proposta del governo regionale, poi bocciata, di prorogare il suo contratto. D’Urso, che dopo avere lasciato gli uffici del dipartimento è stato nominato da Musumeci commissario tecnico per l’emergenza Covid, aveva difeso la propria scelta sostenendo che esistevano tutte le condizioni per ridare la possibilità a Fassa di esercitare la propria attività imprenditoriale, sostenendo anche che ciò avrebbe portato a ricadute positive per la Sicilia da un punto di vista occupazionale.

Al centro dell’attenzione erano finite le trattative che avevano portato Fassa a comprare i terreni dalla famiglia di Giuseppe Pecorino. Quest’ultimo è considerato esponente della famiglia mafiosa di Catenanuova, legata a sua volta ai Santapaola di Catania. Una compravendita che avrebbe impedito, norme alla mano, l’avvio delle attività, nonostante la ditta abbia sempre affermato di non essere a conoscenza della vicinanza dell’uomo alla criminalità organizzata. Inoltre, ma questo elemento non era stato considerato sufficiente dal distretto minerario di Caltanissetta, l’azienda trevigiana aveva fatto presente che la trattativa era stata portata a termine dal figlio di Pecorino, tramite una procura legale. A dare parere negativo al progetto era stata, in un primo momento, la Soprintendenza di Enna, facendo riferimento alla presenza di reperti archeologici ritenuti di valore. Poi, però, quell’opposizione era stata superata.

«Questa è la terza volta che Sicilia Antica vince nelle sedi giudiziarie per ciò che riguarda monte Scalpello – dichiara a MeridioNews la presidente Simona Modeo – e questo dimostra che, sin dal primo momento, abbiamo avuto ragione. Stupisce come gli enti deputati a tutelare il territorio agiscano invece in maniera diversa, ma ciò non può che avere come effetto un impegno ancora maggiore da parte delle associazioni che hanno a cuore le ricchezze della Sicilia».

Nel nuovo ricorso presentato da Sicilia Antica al Tar, l’associazione ha evidenziato come nei mesi successivi alla determina di D’Urso non si era verificata neanche «la revisione del contratto di acquisto dei terreni, diretta a eliminare tutte le clausole e patti accessori apposte al suddetto rogito che possano produrre un qualsivoglia effetto giuridico nei confronti dei soggetti Pecorino Giuseppe e Pecorino Biagio e nei confronti di parenti e affini». In realtà, nei mesi scorsi qualcosa del genere sarebbe accaduto: tra l’8 e il 9 febbraio, l’assessorato all’Energia ha prima intimato alla Fassa di non dare seguito alla volontà di iniziare l’attività estrattiva e poi, nel giro di 24 ore, annullato la diffida prendendo atto delle modifiche contrattuali. Tutto però è avvenuto in seguito a un atto – quello firmato da D’Urso – che sarebbe stato caratterizzato da un vizio di incompetenza. «A rilasciare quelle autorizzazioni deve essere il distretto minerario e non l’assessorato, e il dirigente non poteva cambiare la decisione che era stata già presa», ribadisce Modeo.


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